Dipendenza come malattia del cervello?

L’oggettivazione cerebrale della dipendenza consente di eludere il confronto con la sua dimensione morale, sociale e politica.

l’adesione acritica al paradigma cerebrale ha portato a trascurare la complessità dei vissuti, dei contesti e dei significati implicati nella dipendenza.

data di pubblicazione:

30 Giugno 2025

Sul sito Psicoattivo un interessante articolo si propone di analizzare criticamente le conseguenze teoriche, pratiche e politiche del paradigma neurocentrico, nell’ambito delle dipendenze.

Nel dibattito attuale sulle dipendenza sta acquistando sempre maggiore influenza il Modello della Dipendenza come Malattia del Cervello (MDMC). Esso “(…) sostiene che la dipendenza sia il risultato di alterazioni neurofisiologiche, in particolare nei circuiti cerebrali della ricompensa, della motivazione e dell’autocontrollo”.

“Uno dei tratti distintivi del MDMC è l’elevato potere persuasivo delle rappresentazioni visive e dei linguaggi tecnici delle neuroscienze. Le immagini di cervelli illuminati, ottenute tramite PET o fMRI — spesso utilizzate in articoli divulgativi e campagne di prevenzione per rafforzare l’impressione che la dipendenza sia interamente radicata in un malfunzionamento cerebrale — esercitano un’attrazione estetica e epistemica che legittima un sapere apparentemente oggettivo e inconfutabile (Weisberg et al., 2008; Racine et al., 2017)”.

Ma l’adesione acritica al paradigma cerebrale ha portato a trascurare la complessità dei vissuti, dei contesti e dei significati implicati nella dipendenza.

“L’oggettivazione cerebrale della dipendenza consente di eludere il confronto con la sua dimensione morale, sociale e politica.

Questo si traduce concretamente in una serie di scelte cliniche e politiche che ignorano le cause strutturali della sofferenza: ad esempio, programmi di trattamento centrati esclusivamente sulla somministrazione farmacologica, senza alcun supporto psicologico o sociale; oppure campagne di prevenzione che riducono la complessità del fenomeno a slogan neurochimici, trascurando il ruolo delle disuguaglianze, della marginalità e della deprivazione affettiva.

In ambito legislativo, questa elusione si manifesta in politiche punitive o esclusivamente sanitarie, che rinunciano a intervenire sulle condizioni di vita che favoriscono l’insorgere e il mantenersi delle condotte dipendenti. Riducendo il soggetto a un cervello disfunzionale, si neutralizza la domanda sul senso e sulle cause profonde della sua sofferenza”.

Ma, si chiede Stafano Canali nell’articolo, se davvero la dipendenza fosse una mera conseguenza di alterazioni cerebrali, ci dovrebbero essere un numero di dipendenti molto più alto di quello attuale. Il che non corrisponde ai dati reali.

Questo perché “(…) la dipendenza non è contenuta nella sostanza né nelle sue proprietà farmacologiche, ma emerge dall’interazione tra sostanza, individuo e contesto. Dolore cronico, trauma, perdita, depressione, stress sociale e mancanza di senso sono tutti fattori umani che giocano un ruolo determinante nell’uso problematico di droghe (Johnstone et al., 2018; Hammersley et al., 2016).

La dipendenza è un processo incarnato: coinvolge il corpo, l’ambiente, le sensazioni, le abitudini motorie.

“L’interazione tra corpo, emozione e contesto è essenziale per comprendere perché certi comportamenti si consolidino e altri no. Ad esempio, il craving per una sostanza può essere riattivato non solo da segnali farmacologici o fisiologici, ma anche da contesti sociali specifici: il solo passaggio in un luogo abitualmente associato all’uso, o l’incontro con persone legate alla pratica di consumo, può evocare sensazioni corporee e desideri intensi”.

Canali ricorda anche che le definizioni di dipendenza non sono neutre, ma veicolano poteri. Chi ha il potere di definire ciò che è patologico controlla anche le risorse, le diagnosi, i trattamenti.

A questo si associa anche l’inaffidabilità delle diagnosi del modello diagnostico-biomedico, che spesso nell’ambito delle dipendenze mostra gravi limiti. Per questo sarebbe utile utilizzare l’approccio della formulazione clinica già assestato in psicologia.

Esso non si ferma “(…) alla classificazione del soggetto, ma comprenderne la traiettoria esistenziale, i significati attribuiti all’esperienza, i fattori contestuali, relazionali e simbolici che sostengono o contrastano l’uso. La formulazione, più che una diagnosi, è una narrazione condivisa, un atto epistemico ed etico che riconosce la persona nella sua unicità. L’obiettivo non è etichettare ma comprendere e orientare l’intervento”.

Per Canali la crisi degli oppioidi  che negli USA ha causato oltre un milione di morti per overdose tra la fine degli anni ’90 e il 2023 è un esempio di come il paradigma biologico è stato capace di nascondere altri aspetti. In questo caso delle responsabilità politiche nel campo delle dipendenze. Politiche sanitarie e industriali che per decenni  hanno promosso l’uso massiccio di oppioidi da prescrizione, spesso minimizzando i rischi di dipendenza.

Questa analisi non vuole negare il valore delle neuroscienze, ma collocarle entro un orizzonte epistemologico più ampio.

In conclusione “(…) solo un approccio pluralista e profondamente umano potrà fondare una scienza e una pratica delle dipendenze realmente efficaci, giuste e trasformative. In questa direzione, la ricerca dovrebbe orientarsi verso studi longitudinali che esplorino il cambiamento nella vita quotidiana delle persone, integrando strumenti narrativi, etnografici e partecipativi. Allo stesso tempo, la prassi clinica dovrebbe valorizzare l’ascolto attivo, la co-costruzione di senso e l’intervento comunitario come elementi centrali dei percorsi di cura”.

 

 

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