Il ruolo delle comunità carcerarie

Ricerche etnografiche raccontano esperienze carcerarie diverse

l'immagine comune del carcere è stata  tramandata da opere scientifiche, romanzi e inchieste giornalistiche, che hanno poi alimentato cinema, programmi televisivi e serie truculente. È una narrazione cristallizzata nella versione più sensazionalista e polarizzata della lotta tra buoni e cattivi: i captivi, per l’appunto

data di pubblicazione:

19 Giugno 2025

Un altro carcere è possibile? E’ quanto si domanda l’antropologa Francesca Cerbini, che da anni si occupa di indagare chi sono le persone incarcerate e quale è la loro visione del mondo.

Lo ha fatto attraverso ricerche etnografiche prevalentemente in Bolivia, Brasile e Portogallo, concentrando i suoi interessi in contesti di forte marginalità ed esclusione sociale.

Lo ha fatto anche cercando di ribaltare l’idea classica di carcere. Cerbini sostiene che l’immagine comune del carcere è stata “(…) tramandata da opere scientifiche, romanzi e inchieste giornalistiche, che hanno poi alimentato cinema, programmi televisivi e serie truculente.

È una narrazione cristallizzata nella versione più sensazionalista e polarizzata della lotta tra buoni e cattivi: i captivi, per l’appunto”.

Con il suo lavoro di ricercatrice invece c’è un tentativo, come in molte altre ricerche etnografiche, di cambiare questa narrazione.

“Innanzitutto attraverso la restituzione di un vissuto che è resistente alla multiforme violenza del carcere. Poi esplorando le connessioni, i legami e le continuità con l’esterno e le sue dinamiche gestionali. Questo ha permesso la documentazione di un ventaglio di pratiche “ibride” di governo del penitenziario difficilmente ascrivibili a formule teoriche univoche e cristallizzate”.

Cerbini con i suoi due libri, La casa di sapone (2018) e Prison Lives Matter (2025) vuole “(…) metter in risalto il protagonismo che le comunità carcerarie si sono guadagnate in alcuni contesti in cui talvolta hanno assunto il ruolo manageriale dello Stato nelle sue diverse funzioni di controllo, protezione e sostento degli internati. In questi casi sono state in grado o sono state messe nelle condizioni di sviluppare un potenziale negoziale senza precedenti.

È importante prestare attenzione alle ricerche di sociologi, antropologi, criminologi che sono stati in grado di raccontarci una storia diversa sul carcere senza abbandonarsi mai alla celebrazione di un modello. Sono ricercatori che non hanno abdicato alla prospettiva critica e neppure hanno abbracciato il linguaggio e la narrazione autolegittimante di un’istituzione in cui la violenza, straordinaria e ordinaria, sono il punto di partenza e non il fine ultimo dell’analisi teorica e della riflessione metodologica”.

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