Stupefacenti e sistemi di controllo

Strategie di controllo sugli stupefacenti e processi riformatori

Il divieto dell’uso non terapeutico di molte sostanze psicotrope è pratica comune nella maggior parte degli stati che aderiscono alle Nazioni Unite. Un divieto regolamentato dalle convenzioni che si sono succedute negli anni. E se queste leggi sono in parte riuscite ad arginare l'offerta, la domanda non è scesa ai livelli auspicati.

data di pubblicazione:

7 Maggio 2025

L’attuale sistema internazionale di controllo del consumo di droghe illegali sta funzionando? Quali sono le strategie alternative per governare un fenomeno che appare impossibile da eradicare? Quali sono le resistenze a questi propositi riformatori? Queste sono alcune domande alla base dell’analisi che propone Paolo Nencini in un articolo dal titolo: Gli stupefacenti nel XXI secolo: il sistema di controllo è riformabile?

Il divieto dell’uso non terapeutico di molte sostanze psicotrope è pratica comune nella maggior parte degli stati che aderiscono alle Nazioni Unite. Un divieto regolamentato dalle convenzioni che si sono succedute negli anni. E se queste leggi sono in parte riuscite ad arginare l’offerta, la domanda non è scesa ai livelli auspicati.

Questo nonostante il contrasto alla produzione illegale di sostanze abbia registrato un incremento importante in questi anni.

I sequestri, “(…) stabili su un frustrante livello del 10% della produzione illegale stimata, nel 2014 hanno superato il 40% per la cocaina e raggiunto il 30% per gli oppiacei (Babor et al. 2018, p.175); dati più recenti mostrano poi un raddoppio dei sequestri di oppiacei nel decennio 2010-2020, periodo nel quale anche quelli di cocaina sono aumentati del 115% a fronte, in quest’ultimo caso, di un aumento stimato della produzione del 75% (UNODC 2022)”.

Nonostante questi numeri non si registra un abbassamento delle persone che consumano droghe illegali: “(…) a livello globale il numero stimato di soggetti che ne fanno un uso non terapeutico è aumentato del 23% nel decennio facente capo al 2021: 296 milioni in totale di cui 219 di cannabis, 60 di oppiacei, 36 di anfetamine, 22 di cocaina, e infine 20 di sostanze simil-estasi (UNODC 2023).

Quali sono le ragioni di questa situazione? Nencini prima si sofferma sui limiti dell’ approccio repressivo, il più utilizzato a livello globale, poi espone le strategie messe in campo a livello internazionale per cercare di governare il fenomeno, non reprimerlo.

Governare il fenomeno attraverso “(…) iniziative atte a decriminalizzare l’uso non terapeutico delle sostanze psicotrope e nel contempo ridurre l’eventuale danno alla salute provocato da tale uso, con lo spostamento da una politica incentrata sulla punizione a una di aiuto (Kammersgaard 2023). Una politica che tende a distinguere nettamente “tra il trafficante, che è visto come un criminale, e il consumatore che è considerato una persona sofferente che ha bisogno di trattamento” (EMCDDA 2012, p. 46)”.

Strategie che hanno delle radici storiche ben consolidate e che Nencini illustra in modo molto chiaro. Queste si concentrano primariamente sulla salute delle persone. In particolare su persone dipendenti da sostanze dove risultano efficaci interventi di riduzione del danno, “(…) un danno derivante dalla assunzione endovenosa di sostanze. Questi interventi, la cui efficacia ha indotto le Nazioni Unite e l’OMS a raccomandarne l’adozione, consistono nella terapia sostitutiva (con metadone o buprenorfina) nei soggetti dipendenti da oppiacei, nella fornitura di siringhe ed aghi sterili, nella disponibilità di locali nei quali iniettarsi in sicurezza, nella fornitura domiciliare di naloxone e, infine, nella disponibilità di test analitici per accertare la natura della sostanza da assumere. Pur se con forti disparità nella loro applicazione, la terapia sostitutiva e la fornitura di siringhe sterili è prevista da ben 90 e 94 stati, rispettivamente, mentre gli altri interventi sono disponibili in un numero limitato di paesi (Colledge-Frisby et al. 2023)”.

La riduzione del danno dovrebbe prevedere anche un percorso di decriminalizzazione, che però non avviene in tutti i paesi che adottano questa strategia. Una mancanza dovuta al fatto che i consumatori, soprattutto quelli giovani, sono visti ancora come soggetti irrazionali, malati e antisociali, ossia una visione “(…) necessaria per giustificare un approccio punitivo, che, secondo i sostenitori di un punto di vista libertario, non è venuto meno nel processo di decriminalizzazione in quanto i modelli alternativi di legalizzazione, decriminalizzazione e regolamentazione non sarebbero altro che una “metamorfosi della proibizione” dove la struttura della policy è mutata lasciando intatti i principi ad essa sottostanti (Taylor et al. 2016)”.

Nencini prosegue approfondendo in modo molto chiaro i modelli alternativi di legalizzazione/liberalizzazione, decriminalizzazione e regolamentazione citati sopra.

Successivamente passa alla ricostruzione del concetto di addiction dal punto di vista biologico, o meglio psicobiologico, frutto negli anni dello “(…) sviluppo di differenti discipline, tra le quali hanno prevalso la farmacologia e la psicologia sperimentale”.

La prima ha fornito i “(…) criteri oggettivi di misura della tolleranza e della sindrome d’astinenza, evidenziando gli aspetti fisiofarmacologici della dipendenza; la seconda “(…) ha ricondotto l’assunzione di droga nell’ambito dei comportamenti appresi mantenuti dalle conseguenze che producono, frutto dell’interazione tra le proprietà farmacologiche del composto, la storia del consumatore e le condizioni ambientali in cui il farmaco è fruibile”. Attualmente “(…) si persegue l’obiettivo di interfacciare le acquisizioni fornite dalla farmacologia comportamentale con gli eventi cerebrali che le sottendono”.

Ma in un clima proibizionista, posto a difesa della salute del cittadino, dove al massimo trova uno spazio l’approccio di Riduzione del danno (giustificato dal fatto che l’addiction è vista come una patologia) ma non la decriminalizzazione,  quali opportunità ci sono per proposte di legalizzazione e liberalizzazione si chiede Nencini?

Sicuramente molto dipende da una parte dell’opinione pubblica e dalle forze politiche. Forze politiche che, nel caso di quelle di orientamento conservatore, spesso fanno confusione ed equivocano sui reali problemi legati al consumo di sostanze.

Una parte dell’opinione pubblica occidentale invece, se adeguatamente informata, non si lascia convincere dalla retorica conservatrice. Ne è l’esempio la Svizzera, che nel 1996 ha bocciato la proposta di interrompere l’esperimento sulla somministrazione controllata di eroina. Segnali di mutamenti secondo Nencini.

Ma un altro fattore sembra limitare le proposte di liberalizzazione e legalizzazione, fattore che risiede nella natura intrinsecamente ambigua degli stupefacenti.

Sostanze “(…) d’uso voluttuario, certo, ma anche di potenziale o attuale uso terapeutico, con un loro ben definito profilo rischio-beneficio”. Un rischio di indurre dipendenza per esempio, come nel caso degli oppiacei negli USA”.

“Queste considerazioni fanno emergere l’attuale insufficiente elaborazione delle proposte di liberalizzazione dell’uso di sostanze psicotrope, che non possono limitarsi a individuare nell’autocontrollo lo strumento di regolazione del consumo”.

Ma anche il sistema tabellare attuale, secondo alcuni, andrebbe ripensato. In particolare i criteri di inclusione delle sostanze. Operazione questa che non sembra essere nell’agenda politica, nonostante molti stati USA si siano orientati verso la legalizzazione della cannabis.

Una legalizzazione che porta denaro nelle casse degli stati che l’hanno attuata e che potrebbe spingere a ripetere iniziative riformatrici come quella datata 30 agosto 2023, dell’US Department of Health and Human Services alla Drug Enforcement Agency, per richiedere una riclassificazione meno restrittiva della cannabis.

 

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