la solitudine degli studenti universitari stranieri: uno studio

il confronto e il dialogo con il contesto di arrivo sembra attenuare i fattori di rischio

Alcune comunità di studenti stranieri reagiscono chiudendosi e frequentandosi solo tra di loro, ma la letteratura suggerisce – e i nostri studi confermano – che questo comportamento non migliora il benessere psicologico. Sembra, al contrario che il confronto e il dialogo con il contesto di arrivo, senza per questo rinunciare alla propria identità e alla propria cultura, attenui i fattori di rischio

data di pubblicazione:

8 Aprile 2025

Un articolo sul sito ilbolive.unipd.it approfondisce il tema della sofferenza psicologica tra gli studenti universitari provenienti dall’estero. Il benessere mentale è un tema che l’università sta indagando da tempo tra i propri studenti, soprattutto in periodi di grande incertezza per il futuro e di crisi economiche e sociali come quello attuale. Se poi gli studenti provengono da paesi esteri, il rischio di disagio psicologico può aumentare.

Un aumento legato generalmente a problemi di stress e solitudine, dovuti alla presenza di barriere linguistiche e culturali o, nei casi peggiori, a episodi di discriminazione.

Secondo la professoressa Sabrina Cipolletta, del Dipartimento di psicologia generale dell’università di Padova, che coordina un gruppo di ricercatrici dell’università di Padova, i giovani soffrono maggiormente del senso di solitudine rispetto agli adulti.

In particolare la”(…) popolazione studentesca e poi, in particolare, sugli studenti e le studentesse internazionali, è possibile individuare alcuni specifici fattori in grado di impattare negativamente sul benessere psicologico. Si tratta, solitamente, di problemi legati alle barriere linguistiche e culturali che ostacolano le interazioni sociali, da quelle più banali e quotidiane, (tra le corsie del supermercato, ad esempio) a quelle con le istituzioni e gli organi burocratici”.

Dagli studi emerge che sono soprattutto gli studenti internazionali di lunga permanenza, piuttosto che quelli che partecipano a scambi culturali di breve durata (gli Erasmus, ad esempio) che soffrono maggiormente dal punto di vista psicologico.

“I cosiddetti long term students, che trascorrono interi cicli accademici all’estero, e che sanno che resteranno lontani più a lungo dal loro paese di origine e dalla rete di supporto sociale che hanno lì”.

Una lontananza dalla loro rete sociale che può causare uno stress notevole, spiega Cipolletta. “Alcune comunità di studenti stranieri reagiscono chiudendosi e frequentandosi solo tra di loro, ma la letteratura suggerisce – e i nostri studi confermano – che questo comportamento non migliora il benessere psicologico. Sembra, al contrario che il confronto e il dialogo con il contesto di arrivo, senza per questo rinunciare alla propria identità e alla propria cultura, attenui i fattori di rischio”.

Per affrontare questa problematica il gruppo di lavoro coordinato da Cipolletta ha attivato “(…) interventi di supporto psicologico destinati agli studenti e alle studentesse internazionali dell’ateneo patavino. Interventi che prevedevano tre gruppi di supporto: il primo gruppo di partecipanti non ha svolto attività in presenza e ha ricevuto solo dei materiali di auto-aiuto da consultare autonomamente online; il secondo gruppo è stato coinvolto in alcuni incontri collettivi peer-to-peer, gestiti cioè da altri studenti universitari; il terzo ha seguito un intervento di tipo blended, che prevedeva sia la partecipazione ad attività di gruppo guidate da professionisti, sia la ricezione di materiali informativi digitali.

I risultati indicano che il gruppo peer to peer si è dimostrato il più efficace nel ridurre il senso di solitudine tra i partecipanti. Inoltre ai fini della ricerca va tenuto anche conto dell’alto tasso di abbandono da parte degli studenti prima della fine degli interventi, soprattutto da parte di quelli che riportavano livelli particolarmente alti di solitudine, ansia e depressione.

Ed è in base a questi risultati che Cipolletta che “(…) gli interventi di gruppo funzionino meglio a livello di prevenzione e promozione del benessere in generale. Per gli studenti con un livello di sofferenza più alto, è preferibile seguire un intervento personalizzato e individuale, che li accompagni eventualmente ad acquisire quella sicurezza sufficiente che permetta loro, a un certo punto, di partecipare agli interventi di gruppo”.

 

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