la sfida posta dal gioco d’azzardo

interventi integrati tra enti pubblici e terzo settore potrebbero affrontare efficacemente la complessità del fenomeno

A seguito della deregolamentazione a inizio anni ’90 (anche a fini erariali), con la pervasiva diffusione di schedine gratta e vinci, slot machine e sale giochi, e della virtualizzazione dell’offerta (inizio anni 2000), che si basa sempre più sul gioco online immediatamente accessibile, lo scenario è profondamente cambiato, raggiungendo dimensioni impensabili pochi anni fa, con un costante trend di crescita

data di pubblicazione:

27 Ottobre 2024

In Italia si stima che i giocatori problematici siano 1,5 milioni, mentre i giocatori affetti da DGA (secondo la nosografia del DSM) sarebbero compresi tra 300mila e 1.300mila, con conseguenze dirette più o meno gravi su 6 persone per ogni giocatore. Un numero importante di cittadini che ha problemi di salute e di cui il servizio sanitario nazionale dovrebbe, per legge, occuparsi.

Ma come fare ad intercettare, accogliere e curare queste persone, che non hanno solo un problema di salute, ma spesso anche sociale ed economico? E’ l’interrogativo che si pone un articolo sul sito di wellforum, mettendo al centro l’ulteriore sviluppo di una co-progettazione integrata tra enti pubblici e terzo settore.

Spesso la maggior parte delle persone che ha problemi con il gioco d’azzardo o ha un disturbo da GDA non sono prese in carico dai servizi perché non vengono intercettate.

Lo scenario del gioco d’azzardo in questi decenni è molto cambiato nella nostra società, registrando un aumento significativo delle possibilità di gioco, che ha reso il numero dei giocatori e delle giocate molto alto rispetto al passato, coinvolgendo persone di tutti gli strati sociali.

“Tradizionalmente il gioco d’azzardo è stato rappresentato nella letteratura, nel cinema e nell’arte come “vizio elitario”, segno di grande disponibilità economica e di spregiudicatezza, mentre socialmente rimanda alla scarsa responsabilità soprattutto verso i familiari, costituendo oggetto di stigma e di giudizio morale.

Certamente, quando il gioco d’azzardo riguardava unicamente un gruppo residuale di individui “eccentrici”, che frequentavano i Casinò episodicamente, tendenzialmente benestanti in cerca di emozioni, oppure circoscritto a eventi limitati, come la lotteria nazionale, o il totocalcio settimanale, poteva essere considerato un fenomeno dallo scarso rilievo sociale.

A seguito della deregolamentazione a inizio anni ’90 (anche a fini erariali), con la pervasiva diffusione di schedine gratta e vinci, slot machine e sale giochi, e della virtualizzazione dell’offerta (inizio anni 2000), che si basa sempre più sul gioco online immediatamente accessibile, lo scenario è profondamente cambiato, raggiungendo dimensioni impensabili pochi anni fa, con un costante trend di crescita.”

Non solo, in questo scenario  “(…) l’attività regolamentativa dello Stato sembra approvare e tutelare una tendenza generale della società italiana di questi anni, ovvero una vocazione a giocare soldi, sia come divertimento, sia come opportunità di guadagno; quella parte, molto minoritaria, di persone che si ammalano di DGA, entrano nel sistema di cura del SSN, così come avviene per chiunque e per qualsiasi attività.”

Una fascia minoritaria di persone che ha “(…) diritto alla cura, in quanto affetti da una patologia riconosciuta, ma di cui il SSN non si sta facendo carico, stante che oltre il 95% dei malati di DGA non sono attualmente seguiti dai servizi (OISED, 2023), e almeno 285mila (ma potrebbero essere oltre un milione) persone e le loro famiglie sono lasciate a gestire in solitudine la malattia, che alcuni ipotizzano essere effetto voluto da una scientifica pianificazione industriale (Dow Schull, 2015).”

Per questo motivo la PA “(…) oltre ad investire nelle forme di risposta consolidate (ad esempio, interpretando la problematica come esito di scarsità di risorse, ed aumentando il personale dei SerD per accogliere maggiore utenza), sta iniziando a leggere il fenomeno come più complesso, cercando di attivare le comunità nella sperimentazione di proposte inedite, tramite percorsi di co-progettazione, di condivisione e interconnessione tra servizi, ad esempio con prese in carico integrate, che spazino dal problema sanitario, a quello psicologico, sociale ed economico.”

In conclusione, per contrastare il fenomeno nei suoi diversi aspetti, oltre a validare i protocolli terapeutici e a precisare i criteri giuridici dell’amministrazione del gioco d’azzardo, andrebbe fatta una riflessione sistematica sugli interventi sociali, su come le comunità possano costruire una relazione con quella percentuale di giocatori nascosti, e con i sistemi familiari e sociali a loro prossimi.

 

 

 

 

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