Ripensare il carcere per prevenire gesti estremi

Il lavoro degli psicologi da soli non basta, servono cambiamenti strutturali

Il suicidio si previene con un ambiente che restituisca alla persona la possibilità di esprimere la propria rabbia verso gli altri e se stessi e attraverso mezzi e attività che permettano di recuperare la fiducia in sé e nelle proprie potenzialità

data di pubblicazione:

29 Maggio 2024

La situazioni nelle carceri italiane non migliora. Non sono solo i numeri a dirlo – ad oggi 31 detenuti si sono tolti la vita, 490 hanno tentato di uccidersi e circa 3.500 hanno compiuto atti di autolesionismo – ma anche i professionisti della salute che ci lavorano.

In particolare gli psicologi che, in un articolo sul sito di Avvenire, denunciano criticità che sono alla base di questa situazione. Non solo mancanza di queste figure (che gli stanziamenti del Governo cercheranno di colmare) ma anche ore a disposizione limitate e contratti a tempo determinato, che mettono in crisi le relazioni instaurate con i detenuti.

Ma il lavoro di osservazione e trattamento che svolgono queste figure è sufficiente per evitare questi gesti estremi?

” (…) Il suicidio si previene con un ambiente che restituisca alla persona la possibilità di esprimere la propria rabbia verso gli altri e se stessi e attraverso mezzi e attività che permettano di recuperare la fiducia in sé e nelle proprie potenzialità” afferma lo psicologo e psicoterapeuta Angelo Juri Aparo, per 40 anni consulente del ministero.

Daniela Pajardi, docente di psicologia giuridica e sociale all’università di Urbino, aggiunge che i meccanismi della mente che possono portare a questi gesti estremi possono essere diversi.  Fattori scatenanti, momenti critici, fattori personali legati agli affetti familiari o a difficoltà di relazione, ma anche motivi di ordine culturale possono spingere verso questi atti. 

Gli indicatori per prevenire questi gesti ci sono e vanno colti per tempo, cosa che possono fare tutte le figure che lavorano in carcere in base alle loro competenze.

Si tratta però di lavorare in modo integrato, facendo attenzione alle categorie più fragili, quali donne, stranieri e fine pena mai. In particolare questi ultimi, o i detenuti con molti anni da scontare “(…) arrivano a non distinguere più il prima e il dopo. La vita di un uomo, però, è identificabile da tappe evolutive, il tempo deve essere misurabile, bisogna avere la possibilità di trasformare la realtà e l’ambiente. Ma il carcere è l’antitesi di questo – osserva –, lì meno rumore fai e più si sta tranquilli. Ma così è difficile essere riconosciuti.”

In conclusione secondo Pajardi gli interventi con gli psicologi non bastano, servono  più contatti con la famiglia, lavoro e attività per riempire il tempo. Cose queste che devono diventare parte integrante della vita in carcere, per dare un senso alla vita di queste persone.

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