giovani e salute mentale: il ruolo dei dispositivi digitali

la generazione Z sarebbe la più esposta ai rischi di salute

data di pubblicazione:

27 Maggio 2024

Sulla rivista Internazionale è uscito un interessante articolo di Johathan Haidt, un adattamento al suo libro intitolato The anxious generation. Il tema riguarda essenzialmente la salute mentale dei giovani e l’utilizzo dei dispositivi digitali. Secondo Haidt è tra il 2010 e il 2012 che sono aumentati in modo significativo, tra i giovani americani, i casi di depressione, ansia, atti di autolesionismo e suicidi. Non solo, anche la solitudine e la mancanza di amicizie ha incominciato a caratterizzare la cosiddetta generazione Z.

La causa principale di questi stati sarebbe l’utilizzo massiccio dei dispositivi digitali e dei social media, soprattutto per i giovani che sono nati in questi anni di sviluppo tecnologico irresistibile.

Passare sempre più tempo dentro una realtà virtuale priverebbe i giovani e giovanissimi di quelle esperienze quotidiane che sono alla base della formazione del futuro adulto, che impara a rapportarsi in prima persona con il mondo che lo circonda.

Ma all’utilizzo massiccio dei dispositivi, secondo l’autore, si accompagnerebbe anche una graduale mancanza di libertà nel gioco, fattore che negli anni ha inciso negativamente sulla salute dei giovanissimi. La tesi di Haidt è che “(…) la nuova infanzia basata sull’uso del telefono, che ha preso forma circa 12 anni fa, sta facendo ammalare i giovani e bloccando il loro sviluppo verso l’età adulta.” La mancanza di esperienze, soprattutto attraverso il gioco fin dai primi anni di vita, impedirebbe il giusto apprendimento in base alle età.

A questi due elementi ne vanno aggiunti altri al fine di comprendere perché i giovani sono sempre più inclini a passare il tempo online:  i genitori, che tendono a controllare sempre più il tempo libero dei figli anche attraverso l’utilizzo dei dispositivi digitali;  l’industria tecnologica, che rende i dispositivi sempre più sofisticati e “additivi”, infine il fatto che se non vuoi restare escluso devi rimanere connesso.

Su questo punto si sofferma ancora Haidt, sottolineando che molti giovani passano molto tempo in rete per il timore di essere esclusi dalle reti relazionali dei loro coetanei. Insomma sono più spinti a tenere certi comportamenti sui social perché lo fanno la maggior parte dei loro conoscenti, non per scelta.

Una scelta che si paga in termini di concentrazione e attenzione sulle cose da fare. Soprattutto i giovanissimi sono distratti continuamente, durante tutto il giorno e in ogni contesto, dai segnali e dagli stimoli che vengono dalla rete, frammentando sempre più le esperienze di apprendimento.

Per affrontare questa situazione di disagio, soprattutto per l’ultima generazione, l’autore propone dei possibili correttivi. Correttivi che dovrebbero puntare a limitare l’accesso ai dispositivi in base alle età e ai contesti, soprattutto nella scuola e di cui si dovrebbero occupare gli organi istituzionali. Allo stesso tempo si dovrebbe puntare di più sulla libertà di sperimentare attraverso il gioco e altre pratiche creative.

La tesi di Haidt ha suscitato diverse critiche, soprattutto perché non sembra essere sostenuta da evidenze scientifiche. Secondo chi lo critica le conoscenze attuali non permettono di fare delle correlazioni tra due fattori in modo così netto. Insomma ad una questione così importante non ci sono risposte semplici.

INTERNAZIONALE. 3-9 maggio 2024. N° 1561

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