Gli ostacoli che impediscono richieste di aiuto per i disturbi alimentari

possono essere di varia natura, da quelli psicologici a quelli pratici.

data di pubblicazione:

12 Aprile 2024

Quali sono gli ostacoli che impediscono alle persone con disturbi dell’alimentazione di intraprendere percorsi di cura con professionisti? E’ questa la domanda iniziale da cui parte un articolo presente sul sito di State of mind.
Perché le persone con questi disturbi cercano o si rivolgono con anni di ritardo a percorsi di cura? “Nonostante i disturbi alimentari si associno ad un tasso di mortalità elevato, si individua comunemente un ritardo nella ricerca e nell’erogazione del percorso trattamentale, con una latenza media compresa tra 10 e 15 anni tra la comparsa dei primi sintomi e l’effettivo inizio dell’intervento, ritardo che tende a variare anche sulla base della tipologia di disturbo alimentare preso in considerazione (Steinhausen et al., 2015).”

Un ritardo che complica ulteriormente la situazione a livello di salute e dei successivi interventi di cura. Quali sono gli ostacoli che creano una situazione del genere? Secondo l’articolo esistono tre tipologie di ostacoli che, una volta individuati, si può cercare di rimuovere al fine di facilitare la ricerca di un trattamento. Questi ostacoli sono stati suddivisi in tre macrocategorie: barriere psicologiche, sociali e pratiche.

Nella prima categoria vengono fatti rientrare la minimizzazione e negazione dei sintomi e loro gravità, associata “(…) alla convinzione di possedere le risorse e le capacità per superare il disturbo alimentare senza l’intervento di un professionista, a farcela con le sole proprie forze.”

La non desiderabilità dei cambiamenti, a livello fisico e controllo sull’alimentazione, che porterebbe un percorso di cura, soprattutto nelle persone con una buona consapevolezza del proprio quadro sintomatologico.

Anche la perdita di alcuni tratti fondamentali della propria persona, a causa di un percorso di cura, possono essere “(…) percepiti come una perdita di aspetti cardine della propria identità.

Nella seconda categoria vengono identificati i comportamenti di stigmatizzazione provenienti soprattutto dal contesto sociale di riferimento, come pure l’idea che cercare l’aiuto di un professionista sia un segno di debolezza.

Nella terza categoria si situano i costi troppo onerosi per i percorsi di cura e l’investimento elevato di tempo che si scontra con le incombenze quotidiane.

Di fronte a tutte queste barriere, che ritardano e ostacolano la ricerca di un percorso di cura, con il rischio di cronicizzare le patologie, bisogna agire su più livelli. Sui professionisti, rendendoli consapevoli delle difficoltà che le persone possono avere nel riferirsi a loro. Sulle persone, aumentando la consapevolezza sui problemi legati ai disturbi alimentari e ai vari percorsi di cura, soprattutto nelle fasce di popolazione più a rischio. Ridurre i tempi di attesa che intercorrono tra la ricerca di aiuto del paziente e l’effettiva realizzazione di un trattamento. Infine utilizzare maggiormente gli strumenti digitali, che offrono una strada ulteriore per raggiungere un numero elevato di persone.

 

 

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