COME RIDURRE L’ALTA QUOTA DI DIAGNOSI TARDIVE DI HIV IN ITALIA

Idee e pratiche per ridurre i tempi di diagnosi per l'HIV in Italia

data di pubblicazione:

4 Agosto 2023

Se è vero che le diagnosi di HIV sono in diminuzione dal 2012 in Italia,  la quota di diagnosi tardive rimane troppo alta, sopra il 60%. Il lasso di tempo troppo ampio tra infezione e sua diagnosi, e relativo ritardo dell’inizio delle cure, è quindi uno dei principali problemi da risolvere.

Secondo quanto riporta un articolo pubblicato su Quotidiano della Sanità: “In Italia, infatti, vi è un calo delle diagnosi dal 2012, nel 2021 sono state 1770 (Notiziario Iss, novembre 2022), ma restano ancora numerose le diagnosi tardive, con il 63% delle persone che scopre di essere affetta da Hiv quando ha già una malattia conclamata, provocando maggiori difficoltà nell’avvio delle terapie.
Da questi problemi nascono le proposte frutto della collaborazione tra istituzioni, Iss, società scientifiche, associazioni della Community dei pazienti. Nuove strategie per test e linkage-to-care. Le nuove proposte partono dal convegno scientifico “Hiv Testing & Linkage to care: esperienza di collaborazione tra Malattie Infettive e Pronto Soccorso”, organizzato con il contributo non condizionante di Gilead Sciences, che si è tenuto il 6 luglio presso la Sala Capranichetta dell’Hotel Nazionale a Montecitorio.
L’iniziativa si è proposta di presentare lo stato dell’arte relativamente all’offerta del test HIV – esaminando vari possibili modelli – e alle modalità più efficaci per il linkage-to-care tempestivo delle persone HIV positive, e a ragionare su un opportuno aggiornamento dell’inquadramento legislativo, con riferimento al Piano Nazionale AIDS e alla riforma della legge 135/90. (…) “Nonostante gli straordinari progressi scientifici, la lotta all’HIV nel mondo presenta ancora molte criticità, come dimostrano le circa 1,5 milioni di nuove infezioni che si registrano ogni anno a livello globale, mentre in Italia persiste il problema delle diagnosi tardive, che si riflettono su un ritardo nei trattamenti e un numero ancora congruo di contagi – sottolinea Stefano Vella, Presidente Commissione Nazionale per la lotta contro l’Aids – Serve maggiore informazione e un più ampio accesso al test, soprattutto per chi ha avuto comportamenti a rischio. I test si possono fare in maniera gratuita e anonima in ospedali, centri specializzati, consultori, ma anche in farmacia e nei check-point gestiti dalla Community. Un altro modo per facilitare l’accesso al test riguarda i luoghi di primo accesso, come i Pronto Soccorso e i medici di famiglia, che possono indagare maggiormente lo stile di vita dei propri pazienti e capire eventuali comportamenti a rischio”.

“L’avvio dei trattamenti non può prescindere da un ampliamento dei test nella popolazione – evidenzia Claudio Mastroianni, presidente Simit –. La Simitè impegnata in diverse collaborazioni con altri specialisti di riferimento, come gli urgentisti della Simeu e i Medici di Medicina Generale della Simg. Obiettivo comune per tutti è riuscire a sfruttare ogni occasione per effettuare il test HIV in ogni momento utile, dall’accesso al Pronto Soccorso alle visite ambulatoriali, fino a quelle situazioni che possano far sospettare la presenza del virus. Occorre quindi agire in diversi setting stimolando l’esecuzione del test: al Policlinico Umberto I, ad esempio, abbiamo avviato dei progetti finalizzati a testare i pazienti al PS e in tutte le situazioni dove vi possono essere eventi sentinella che possano far pensare all’infezione da HIV. Con questo metodo sono già stati ottenuti importanti risultati, identificando persone affette dal virus e non consapevoli della loro positività: questo ci ha permesso di iniziare precocemente la terapia antiretrovirale, che evita alla malattia di progredire e permette a queste persone di non trasmettere l’infezione”.

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