IL PIANO NAZIONALE D'AZIONE SULLE DIPENDENZE FRA LUCI E OMBRE

data di pubblicazione:

15 Ottobre 2022

Il Piano Nazionale d’Azione sulle Dipendenze (PAND), pur importante, ridimensiona alcune indicazioni strategiche e obiettivi usciti dalla Conferenza Nazionale sulle Droghe dello scorso novembre: è questo il giudizio di fondo di Stefano Vecchio, presidente di Forum Droghe. In particolare, secondo Vecchio, il PAND sembra disattendere alcuni punti centrali della Conferenza Nazionale sulle Droghe, riproducendo un modello incentrato sul concetto di dipendenza (e non sul diritto alla salute) e ridimensionando il ruolo e le competenze degli attori esterni al pubblico nel sistema dei servizi. Ad esempio, le politiche di riduzione del danno, pur presenti nel PAND, continueranno a essere erogate dal Terzo Settore al di fuori del sistema pubblico ordinario dei servizi. Più nel dettaglio, scrive Vecchio: “Il Piano Nazionale d’Azione sulle Dipendenze, appena licenziato dalla Ministra Dadone, si presenta come una occasione mancata in quanto realizza un forte ridimensionamento delle indicazioni della Conferenza Nazionale sulle Droghe. La Conferenza fortemente voluta dalla Ministra Dadone dopo 13 anni di latitanza, si era caratterizzata anche per l’apertura di un dialogo produttivo con la società civile organizzata nella Rete nazionale per la riforma delle Politiche sulle droghe. Un dialogo che ebbe un ulteriore sviluppo nel fuoriconferenza organizzato a Genova. Grazie a questo dialogo la Ministra concordò l’istituzione nella Conferenza di un tavolo specifico sulla Riduzione del Danno, un LEA inattuato dal 2017, e uno con e sulle Persone che Usano Droghe (PUD) orientato a riconoscere il protagonismo delle PUD e a individuare strumenti concreti per disattivare gli stigmi diffusi tra logiche penali ed etichettamenti patologici.

(…) E avevamo chiaramente indicato che tale processo richiedeva un cambio del modello di accreditamento del Terzo Settore seguendo la logica, indicata dalla normativa specifica, della coprogettazione e coprogrammazione e della piena integrazione anche nella cogestione degli interventi. In questa nuova prospettiva si inseriva a pieno titolo la RdD nel sistema pubblico dei servizi e si riconosceva, coerentemente con le risultanze del tavolo sulle PUD, che – come già previsto per la salute Mentale, la Salute delle donne etc. – il primo obiettivo di un sistema socio-sanitario pubblico nell’ottica territoriale sancita dalla L. 833/78, è quello di promuovere e tutelare la salute dei cittadini, rimuovendo lo stigma della “dipendenza” e sostituendolo con il diritto alla salute.

(…) Queste importanti acquisizioni andavano a bilanciare quei tavoli della Conferenza che avevamo criticato fin dall’inizio: ad esempio la sovrabbondanza dello spazio dato alla Prevenzione con il rischio di riproporre processi di stigmatizzazione, la determinazione di non parlare di depenalizzazione della coltivazione per l’uso personale della cannabis introducendo modelli analoghi ai cannabis social club, scegliendo di affrontare il tema della cannabis medica che non può essere argomento di una Conferenza sulle droghe. Il processo attivato successivamente per l’elaborazione del Piano Nazionale Attuativo avrebbe dovuto avere l’obiettivo di mettere a punto una strategia per realizzare le indicazioni della Conferenza nazionale individuando chiaramente gli obiettivi e le priorità e soprattutto definendo i dispositivi istituzionali attuativi primi tra tutti la stesura di Atti di Indirizzo della Conferenza Stato Regioni con la partecipazione della Società civile, delle PUD e degli operatori sia per i LEA RdD che per i Dipartimenti per la Tutela della Salute delle PUD e per un nuovo e più adeguato modello di accreditamento del Terzo Settore. Certo nessuna scelta politica tesa a cambiare sul serio la legge, ma si tracciava la strada per crearne le condizioni modificando i contesti istituzionali con tutte le implicazioni sociali e culturali connesse. Ma tutto il processo di messa a punto del Piano è stato gestito in modo ambiguo, nonostante la nostra Rete aveva segnalato alla Ministra i limiti dell’impostazione scelta per la sua stesura indicando alcuni correttivi sia sul piano organizzativo che relativi alla scelta degli obiettivi e delle priorità. Ma non siamo stati ascoltati per cui alla conclusione il testo finale risulta decapitato delle parti più innovative! In particolare è stata modificata la prospettiva dei Servizi facendo marcia indietro dalla Tutela della Salute delle PUD ritornando alle Dipendenze, la RdD pur ampiamente trattata rimane fuori del sistema pubblico ordinario dei servizi, disattivato il riconoscimento delle PUD riducendo tutti i loro comportamenti e diritti all’etichetta patologica della dipendenza, compromettendo sostanzialmente anche tutte gli altri principi innovativi riportati nelle schede sulle carceri e sull’inclusione sociale.

(…) Nonostante questo scenario poco incoraggiante, vi sono alcuni spazi nel PAND che potrebbero essere utilizzati per recuperane, in parte, il senso originario, ad esempio le indicazioni sulla Riduzione del Danno, le sperimentazioni e il riconoscimento delle PUD, alcune indicazioni per le alternative alle pene e le indicazioni sull’inclusione sociale, ma anche alcuni principi contraddittori lasciati, forse per distrazione, nella scheda sui Dipartimenti. Si tratterà di verificare chi si candiderà a gestire questo processo e gli interlocutori politici e istituzionali disponibili a colmare i vuoti lasciati negli strumenti attuativi in alleanza con le reti della società civile.

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