REPORTAGE DA KABUL: PEGGIORA LA CONDIZIONE PER LE PERSONE CON DIPENDENZE DA OPPIACEI

data di pubblicazione:

26 Agosto 2022

Un reportage de il Pais, tradotto in italiano sul sito di Aduc, fa luce sulla drammatica situazione socio-sanitaria di migliaia di persone con dipendenza da oppiacei in Afghanistan, la cui sorte è nettamente peggiorata con l’avvento del regime dei Taliban. Si stima che nel paese vi siano circa tre milioni di consumatori di sostanze: in tutte le maggiori aree urbane sono censite zone di assoluto degrado e abbandono dove vivono centinaia di persone con problemi di dipendenza. Oltre tutto, con l’occupazione dei Taliban, resistono pochissimi centri per la cura e per la disintossicazione delle dipendenze, fortemente sotto-finanziate. “Sotto il ponte Pul-e-Sukhta, un uomo giace immobile, estremamente magro e corazzato di sudiciume sui vestiti e sulla pelle. Quelli intorno a lui lo hanno ricoperto con una specie di materassino che gli lascia le estremità per aria, in attesa che qualcuno venga a prenderlo o che uno dei presenti abbia la forza e osi gettargli della terra addosso. «È lì da circa tre giorni», calcola, a pochi centimetri di distanza, un altro uomo che continua a fare le sue cose, consumare. La mancanza di spazio costringe a passare sopra il cadavere. Anche ai cani, che fanno parte di questa famiglia e finiscono per agganciarsi: i tossicodipendenti a volte impugnano pipe improvvisate in cui sniffano eroina, svuotano bottiglie d’acqua o fiale d’ospedale insanguinate che trovano nella spazzatura e le riutilizzano a modo proprio. Impossibile scoprire se il fetore provenga dal defunto, dai rifiuti in decomposizione, dalle feci e dalle urine, dagli scarichi che vomitano l’acqua sporca della città o dall’assoluta mancanza di igiene del luogo e dei suoi abitanti.

Karim, 37 anni, da un mese trascorre le sue giornate sotto un piccolo riparo di bastoni e plastica, consumando eroina e metanfetamina. “Io abito qui”, dice, circondato da altri tossicodipendenti in uno spazio a circa 50 metri dal ponte dove riescono a malapena a muoversi. Riconosce che ce ne sono così tanti che, nonostante i raid talebani, la spirale non ha fine. Karim riesce a parlare bene e si muove con più facilità dei suoi coetanei. Questo ex sarto racconta in inglese che era sposato con una donna danese e avevano un figlio e una figlia. Un riflesso di quella vita precedente è la sua padronanza di altre lingue. Oltre al dari locale, parla danese, russo e greco. A pochi metri di distanza, un piccolo tumulo funerario segna la tomba improvvisata nel letto arido del fiume di uno di coloro che è morto nei giorni scorsi. L’hanno coperto con un po’ di terra quasi senza scavare. Ma quest’area è solo un pulsante.
Su una collina che domina il trambusto del quartiere di Sharai Shamali, tra le tombe di un vecchio cimitero e cartelloni pubblicitari, vagano anche centinaia di drogati. Altri si muovono a malapena. Jamsed, 34 anni, consuma da quando ne aveva 10 e chiede alle autorità di fermare la distribuzione di droga.

Con l’intenzione di affrontare più seriamente il problema, nel 2015 è stato creato a Kabul il più grande centro di disintossicazione del Paese. Occupa il sito di un’ex base militare statunitense. Oggi è chiamato l’Ospedale dei 1000 posti letto o Ibn Sina (detto anche Avicenna, 980-1037), in onore di un medico, studioso e filosofo persiano. Un talebano è da alcuni mesi a capo di questa istituzione, riconoscendo apertamente di non avere esperienza nella lotta alle dipendenze. “Sono sceso dalle montagne”, dice Haj Mawlawi Abdul Nasir Munqad, 45 anni, per illustrare che nella sua vita precedente era un mujaheddin che combatteva contro le truppe straniere e il governo precedente. Il suo curriculum riporta sei mesi nel 2008 a Guantánamo e tre anni a Bagram, una prigione che le truppe statunitensi hanno aperto a nord di Kabul.
Alla porta dell’ufficio di Munqad ci sono un paio di uomini armati di kalashnikov, lo strumento preferito dei membri di questa guerriglia fondamentalista. Il direttore del centro, con una capienza di mille pazienti, si rammarica della mancanza di medicinali, letti, cuscini o vestiti a causa del blocco economico subito dal Paese per il mancato riconoscimento dell’Emirato in ambito internazionale. Il suo obiettivo è che quegli stessi detenuti -il ??centro ha un’aria carceraria- svolgano lavori di manutenzione come falegnami o si facciano i vestiti.”

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