GIOVANI LGBTQ+ E RISCHI DA DISTURBO ALIMENTARE: UNO STUDIO AMERICANO

data di pubblicazione:

28 Giugno 2022

Sul sito Sanità informazione un articolo riflette sui risultati di uno studio pubblicato dal centro americano Trevor project, ente che si occupa della salute delle persone queer, evidenziando quanto sia maggiore il rischio da parte loro di sviluppare disturbi alimentari e di come questi abbiano ricadute negative sulla loro vita futura. Lo studio, condotto attraverso un sondaggio on line,  ha coinvolto più di 30.000 giovani LGBTQ+ di età compresa tra i 13 e 24 anni. Dall’indagine è emerso che il 9% dei partecipanti ha avuto almeno una diagnosi di disturbo alimentare e il 29% “(…) sospetta di poterne soffrire pur non avendo ricevuto una diagnosi ufficiale“.
Altro dato importante che emerge dallo studio è che chi ha sofferto di un disturbo alimentare ha un rischio molto maggiore di suicidio. Secondo il Dott. Carlo Alfaro, dirigente di pediatria presso Unità operativa complessa di pediatria ospedali Riuniti penisola sorrentina, una delle ragioni potrebbe essere correlato al fatto che “(…) Uno dei problemi più diffusi tra i giovani LGBTQ+ è il minority stress, ovvero lo stress delle minoranze. Una sofferenza che scaturisce da emarginazione, atti di bullismo, violenze sia fisiche che psichiche a cui, spesso, sono sottoposti”. Un altro fattore che aumenterebbe il rischio di sviluppare maggiormente i disturbi alimentari, secondo il pediatra, è rappresentato da una “(…) diffusa subcultura che valorizza l’estetica in modo estremo. Questo significa che la bellezza e la perfezione sono spesso considerate valori assoluti e imprescindibili, necessari per essere amati e per piacere”.
I dati dello studio andrebbero a confermare anche questa ipotesi, visto che il 40% dei pazienti maschi anoressici risulta essere omosessuale, e dove si assiste maggiormente a comportamenti messi in atto per minimizzare alcuni caratteri secondari quali i muscoli. Anche le donne lesbiche tendono a mascherare la propria femminilità, traducendola spesso in comportamenti bulimici e abbuffate compulsive.
Per quanto riguarda invece la “(…)  popolazione transgender sono molto più diffusi i disturbi che riguardano l’alterazione dell’immagine corporea, come la dismorfofobia”.
Sempre C. Alfaro sottolinea la mancanza di studi di questo tipo in Italia, mentre all’estero, ed in particolare negli U.S.A. fin dagli anni ’70 sono attivi studi di questo tipo.
La ragione è nella mancanza di un’anagrafica inclusiva, infatti se la scelta è ancora solo tra maschi e femmine molte persone verranno escluse perché non si riconoscono in questa definizione.
Inoltre, conclude il pediatra, anche “(…) per offrire una cura sempre più personalizzata e individualizzata, attraverso la medicina di genere, sarebbe opportuno considerare non solo le differenze biologiche, fisiologiche e di risposta alle terapie tra il genere maschile e quello femminile, ma in relazione al terzo genere, quello delle identità sessuali minoritarie».

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