LO STATO DI SALUTE DELLA POPOLAZIONE DETENUTA IN TOSCANA: LA RILEVAZIONE ARS 2021

data di pubblicazione:

2 Giugno 2022

Il 20 maggio scorso si è tenuto un incontro, rivolto ai professionisti che operano in ambito penitenziario, sul tema della salute dei detenuti in carcere, organizzato dall’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana, che ha presentato i dati derivanti da un’indagine realizzata all’interno degli istituti detentivi per fare il punto, per la quinta volta dal 2009, sulla qualità e tenuta dei servizi sanitari all’interno dei carceri Toscani.Unica a livello nazionale, la rilevazione ha indagato aspetti di carattere socio-demografico, stili di vita, diagnostici e farmacologici in grado fornire l’immagine aggiornata di una popolazione in condizioni di maggiore svantaggio socio-economico a circa due anni dall’inizio della pandemia. Se difficoltà ci sono state nella medicina territoriale nell’affrontare la pandemia, anche in carcere non sono mancate le difficoltà nel garantire assistenza ai detenuti, come pure nel raccogliere e i dati, che in questa edizione sono risultati inferiori alle precedenti rilevazioni.  A causa di difficoltà logistiche e organizzative dovute alla pandemia, non è stato possibile reperire sempre i dati completi sulle carceri di Sollicciano, Prato e Porto Azzurro, ma il campione della rilevazione è rimasto comunque significativo con più di 3000 soggetti rappresentati.
Prima della presentazione dei dati veri e propri ci sono stati due interventi istituzionali per ribadire l’impegno e la professionalità delle persone che lavorano in carcere, un luogo dove sempre più spesso arrivano persone con problemi sociali, familiari e sanitari che dovrebbero invece trovare soluzione all’esterno. Il secondo intervento ha sottolineato come il primo ingresso in carcere è spesso anche la prima occasione per avere un incontro con un medico per tanti detenuti.
Questa attività di screening risulta fondamentale non solo per individuare eventuali disturbi o patologie il prima possibile, ma anche per la creazione di un percorso di salute che sarà poi preso in carico durante la fase di reinserimento nella società civile. Uno spazio di intervento è stato riservato anche all’associazione Antigone che, pur non occupandosi direttamente delle condizioni di salute dei detenuti, ma bensì di diritti umani, ha esposto alcune parti del “XVIII rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione” che ha curato. Come sottolineato dal relatore è evidente che le condizioni di detenzione spesso sono collegate alle condizioni di salute e quindi i dati raccolti in carcere dagli osservatori dell’associazione possono essere di supporto anche alla lettura di altri dati. Quello che emerge dal rapporto, e che è stato accennato anche negli interventi precedenti, è l’effettivo e graduale invecchiamento della popolazione carceraria, che pone tutta una serie di problemi “nuovi” con cui confrontarsi. Dal punto di vista dell’associazione, e quindi non sanitario, questo invecchiamento rende problematico soprattutto il tema dei reinserimenti sociali, legati sia alla ricerca di un lavoro, ma anche alla difficoltà di ricostruire legami familiari e sociali, fondamentali in questa fase. Rispetto ai dati, rilevati nel periodo gennaio – giugno 2021, e ricevuti da ARS in forma anonima da parte degli operatori sanitari dei diversi istituti, si conferma che la maggior parte dei detenuti ha più di 40 anni (50%) e che in Toscana gli over 50 sono il 32,5%. Dall’indagine sugli aspetti relativi agli  stili di vita è emerso che quelli più rischiosi risultano essere il sovrappeso e il consumo di tabacco. Il primo è dovuto essenzialmente alla scarsa attività fisica e ad una dieta non adeguata (troppo ricca di sali) che colpisce maggiormente gli italiani, statisticamente i più anziani,  mentre il secondo ha delle cause che si possono ricercare sia a livello psicologico (per lo stress prodotto dall’ambiente detentivo in generale) sia a livello sociale (fumare è visto come un atto di svago e momento di socializzazione). Il consumo di tabacco nella popolazione detenuta risulta essere del 67%, rispetto al 22% di quella libera, con un 30% che fuma più di 16 sigarette al giorno, a testimonianza che le azioni per contrastare il consumo di tabacco sono ancora poco efficaci. Un secondo focus della ricerca è stato fatto sulla salute mentale, che collegato al trend di invecchiamento della popolazione detenuta, rilevato sia a livello internazionale (dall’OMS) che nazionale, significa un aumento delle patologie croniche, delle malattie respiratorie e di quelle infettive, che a livello globale si attestano su percentuali significative rispettivamente del 3,8% per l’HIV, del 4,8% per l’HBV e del 15,1% per l’HCV. A queste patologie si affiancano anche i disturbi mentali, che sono un’altra grande sfida che i sistemi sanitari devono affrontare all’interno degli istituti, che a livello internazionale (dati della regione europea dell’OMS) sono in prevalenza riferibili a dei disturbi da uso di alcol, che variano dal 13,6% al 42,3%, o per disturbi da uso di droghe le cui stime sono comprese tra il 27,3% e il 68,1%. Rispetto alle rilevazioni ARS i dati sulle diagnosi da disturbi psichiatrici da sostanze sono il 21,8%, il dato più alto rilevato dal 2009 (inizio delle indagini) e dato più alto rispetto a tutti gli altri tipi di diagnosi sempre relativi ai disturbi psichiatrici. In particolare l’abuso di sostanza con percentuale maggiore (17,9%) risulta la cocaina, a cui seguono gli oppiodi 12,4%, l’alcol 11,7%, cannabis 6,2% e altre droghe 2,9%. I dati sulla dipendenza mettono invece sulla stessa percentuale cocaina e oppiodi (12,4%) seguiti da cannabinoidi (6,2%), alcol (5,9%) e sedativi, ipnotici o ansiolitici al 2,6%. Rimane anche una quota importante di sostanze che i chimici hanno inserito nella voce “dipendenza da droghe non specificata” che si attesta al 42,3% , e che in qualche modo potrebbe essere collegata alla drastica diminuzione dell’uso di oppioidi nella rilevazione del 2017. Per questo tipo di disturbi l’analisi dei dati dice che risulta più a rischio il genere femminile,(4,9% sulla popolazione detenuta totale) rispetto a quello maschile, che le persone più giovani sono più a rischio rispetto agli anziani e che le persone provenienti dai paesi africani e dall’Italia lo sono di più rispetto al resto degli altri paesi di provenienza. Una nota positiva riguarda invece la diminuzione, nel corso degli anni dei tentati suicidi e degli atti di autolesionismo, che si spera siano dovuti agli interventi specifici messi in atto. L’ultimo intervento si è concentrato sempre sull’invecchiamento e l’andamento delle malattie croniche.

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