PANDEMIA E RITIRO SOCIALE NEGLI ADOLESCENTI: CASI IN AUMENTO

data di pubblicazione:

23 Dicembre 2021

In un’intervista al quotidiano Avvenire, la psicoterapeuta Alessia Lanza dell’ass. Minotauro commenta l’aumento di casi di ritiro sociale fra adolescenti negli ultimi mesi, in parte provocato dagli effetti della pandemia (sospensione della didattica in presenza e avvio della DAD, isolamento, limitazioni alla vita sociale). Secondo Lanza, sono diverse e variegate le forme, i sintomi e le conseguenze del ritiro sociale osservabili negli adolescenti. Non sempre il ritirato sociale, o hikikomori, sperimenta una condizione di disturbo psicotico, ma spesso sperimenta in modo violento, improvviso uno stato di malessere psicologico e/o esistenziale che non trova canali adeguati di espressione e di riconoscimento. Per la psicoterapeuta, hikikomori non sono necessariamente adolescenti appartenenti a famiglie disagiate o a basso reddito, trattandosi di un disturbo che colpisce trasversalmente.

Secondo la psicologa, il ritiro sociale colpisce soprattutto i maschi e non riguarda solo determinate classi sociali. «Non ha a che fare con famiglie che hanno un reddito basso o che vivono nelle periferie – chiarisce –. Il ritiro si può trovare anche in una famiglia in cui tutto è andato sempre bene, in cui i genitori lavorano e con uno status sociale ed economico alto. Possiamo parlare di un disagio trasversale ». Le richieste di aiuto arrivano soprattutto dai genitori. «È difficile che un ragazzo ritirato voglia uscire dalla sua situazione e questo accade non perché questi adolescenti siano svogliati, non perché stiano bene, in realtà soffrono tantissimo, – continua –. Ma perché percepiscono, nella situazione di blocco, che non c’è futuro, che non c’è speranza. Quindi si adagiano in una situazione di dolore psichico molto profondo senza trovare risorse per poterne uscire».

Una sofferenza che si rispecchia nei genitori, a loro volta in grande difficoltà perché si scoprono impotenti. «Sono nell’impossibilità di esercitare il proprio ruolo genitoriale e si sentono molto frustrati, ma d’altra parte si trovano impreparati di fronte a questa sintomatologia perché ci raccontano di bambini che in passato sono stati meravigliosi e amati nel contesto sociale. Bravi a scuola, intelligenti, bambini che non hanno mai dato problemi. Bambini che sono stati guardati dai genitori e dai familiari pensando che avrebbero fatto grandi cose. Forse c’è stato da parte dei genitori un iperinvestimento, l’aspettativa di un progetto grandioso che questi bambini avrebbero potuto realizzare diventando grandi. Dall’altra parte ci sono anche genitori che hanno preservato molto questi bambini dalla possibilità di sperimentare dolore e frustrazione».

L’esordio del ritiro, come descrive Lanzi, avviene in momenti di passaggio generazionale: per esempio, in terza media oppure nell’ultimo quadrimestre della quarta superiore. Si manifesta in quei momenti in cui ci si affaccia a un cambiamento. I ragazzi ritirati non hanno necessariamente alle spalle episodi traumatici, né hanno vissuto a scuola bullismo o prevaricazioni violente. A volte l’episodio che fa scattare la chiusura è un commento o una situazione un po’ difficile. «È come se quell’evento apparentemente poco importante crei una frattura nell’individuo – osserva Lanzi –. Si tratta di un momento di grande crisi perché è accompagnato da una profondissima vergogna. Quell’episodio nella loro mente li fa sentire non adatti a crescere. Cominciano a pensare che forse quelle aspettative che tutti avevano nei loro riguardi non si tradurranno mai in realtà. La vergogna è un sentimento che porta a voler sparire dalla scena, a voler non esserci più. Questo si accompagna a un fortissimo sentimento di inadeguatezza». Iniziano spesso i disturbi che molti genitori conoscono bene, come mal di pancia, mal di testa, disturbi del sonno, accompagnati da promesse di tornare a scuola l’indomani.”

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