ITALIA E PORTOGALLO A CONFRONTO SULLE POLITICHE ANTIDROGA

data di pubblicazione:

1 Aprile 2021

Anna Paola Lacatena, sociologa e coordinatrice del gruppo “Questioni di genere e legalità” per la Società Italiana delle Tossicodipendenze, in un breve intervento per MicroMega, riflette sui modelli di regolazione delle sostanze, in chiave comparativa, di Italia e Portogallo. Dopo avere chiarito il significato di concetti rilevanti, in materia di politiche pubbliche antidroga, come “depenalizzazione”, “decriminalizzazione”, “legalizzazione”, Lacatena mostra in modo sintetico come si articolano concretamente le legislazioni sulle sostanze psicoattive nei due paesi, e prova a tracciare un bilancio di tali politiche. Se l’Italia rimane ancorata a leggi, a politiche e a prassi d’intervento di tipo proibizionista (seppure orientate anche alla deterrenza e all’offerta di cura, e non solo alla punizione o al carcere), il Portogallo, sin dal 2001, ha scelto una strada diversa, che sta portando a risultati positivi: “Nel 2001, infatti, il Portogallo ha depenalizzato l’acquisto, il possesso e il consumo di droghe ricreative per uso personale. Da allora ai consumatori in possesso di sostanze stupefacenti fermati dalle forze dell’ordine viene comminata una multa. La legge prevede che gli stessi si presentino dinanzi alla Commissione per la dissuasione dalla dipendenza dalla droga (o Comitati di dissuasione), solitamente costituita da un medico specialista, uno psicologo (o assistente sociale, o sociologo) e da un avvocato, proprio a rimarcare l’attribuzione socio-sanitaria e l’intento di condurre i fermati a riflettere su salute e benessere. La valutazione può sfociare nel solo pagamento dell’ammenda (unicamente in circa il 15% dei casi) o nel perorare l’adesione a uno specifico programma di recupero da effettuarsi presso servizi di cura specialistici.

Il trattamento consigliato non implica nessun obbligo per il consumatore, sebbene a fronte di situazioni recidivanti scattano sanzioni amministrative come la sospensione della patente di guida o il divieto all’ingresso e alla frequentazione di aree conosciute per lo spaccio. Da quanto si evince dai risultati ottenuti sono aumentate le spese per la prevenzione e la cura e sensibilmente diminuite quelle per i processi penali e la detenzione. Il numero di morti causate dalla droga è calato notevolmente, insieme al tasso generale di consumo, in particolare tra i giovani (la fascia tra i quindici e i ventiquattro anni). Il decremento del fenomeno dell’emarginazione e della stigmatizzazione del consumatore, l’innalzamento del numero di persone che si rivolgono ai Servizi e la contrazione del numero delle detenzioni ratificano la valutazione positiva dell’esperimento Portogallo.”

Per la studiosa, “La differenza sostanziale tra il modello portoghese e quello italiano, dunque, è nel guardare a chi fa uso di droghe come un criminale o no: perché il contrasto dovrebbe essere al narcotraffico e non al consumatore e meno che meno al dipendente patologico. Se la società senza droghe resta e resterà ambizione ideale, governare la questione, opponendosi alla stigmatizzazione dei consumatori e attribuendo le giuste competenze all’area della salute, si può. E se si può, forse, per un sano e scientifico dibattito anche nel nostro Paese è arrivato il momento del si deve.”

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