AIDS E COVID: LE DIFFERENZE

data di pubblicazione:

23 Novembre 2020

È ipotizzabile una correlazione tra le cure per l’Aids e possibili vaccini contro il Covid-19?
«Sono due virus che hanno poco in comune, eccetto la struttura genomica, costituita per entrambi da Rna.
I tempi dell’epidemia da Hiv sono molto più lenti di quelli del coronavirus», spiega Michele Di Mascio, ricercatore all’Istituto superiore di sanità (Nih) di Washington, «il controllo dell’epidemia da Hiv, per cui non abbiamo ancora un vaccino, è stato raggiunto attraverso la distribuzione, su larga scala, di farmaci antivirali.

In Italia, i tassi delle infezioni da Hiv sono ormai stabili da diversi anni: si contano circa 3-4mila nuovi casi positivi all’anno. I danni sul paziente affetto da Hiv sono maggiori rispetto al coronavirus. Le statistiche», afferma Di Mascio, «dicono che, su cento infettati da Covid-19, dalle dieci alle venti persone avranno qualche problema che richiederà ospedalizzazione; di queste una non ce la farà. Nel virus da Hiv, su cento infettati, circa 95 non ce la farebbero senza i farmaci».
Il problema, nell’emergenza coronavirus, è rappresentato dalla mancanza sia di un vaccino che di un farmaco antivirale a disposizione. «Tranne», sottolinea Di Mascio, «una molecola di cui si è parlato negli ultimi giorni, prodotta dalla Gilead, negli Stati Uniti, che ha mostrato effetti inibitori abbastanza chiari, ma che ha un grande svantaggio: deve essere somministrata per via endovenosa, quindi solo in ospedale.
Se ingeriamo il farmaco per via orale, arriva poco o nulla nei tessuti in cui il virus replica. Altri farmaci in via di sperimentazione, con studi clinici partiti sia in Italia che nel resto del mondo, non hanno funzione diretta di inibizione del virus, ma agiscono cercando di ridurre una risposta immunitaria eccessiva, che purtroppo in alcuni pazienti crea la sensazione di soffocamento e che richiede supporto in terapia intensiva. È importante comprendere questa distinzione quando si parla degli studi che avanzano e delle speranze».
«Una molecola antivirale potrebbe non avere un risvolto clinico utile se somministrata ad un paziente in una fase avanzata della malattia, ma potrebbe comunque inibire la replicazione virale nel corpo, riducendo così la possibilità di infettare gli altri».

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