DISTURBO DA USO DI SOSTANZE E DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE E IPERATTIVITA' – LA DOPPIA DIAGNOSI

data di pubblicazione:

6 Agosto 2020

Nelle comorbidità tra disturbi mentali quella tra un Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) e il Disturbo da Uso di Sostanze (SUD) occupa un posto rilevante.
L’ADHD viene infatti riscontrato in circa il 30% dei soggetti adulti con Disturbo da Uso di Sostanze mentre il 10% dei soggetti con ADHD soddisfa i criteri diagnostici per un DUS. A livello clinico questo dato è fondamentale perché sottolinea la necessità di conoscere le caratteristiche comuni ai due disturbi e le modalità con cui i quadri tendono ad influenzarsi reciprocamente.
Il dato, ormai assodato, che alcune sostanze d’abuso sono in grado di modificare profondamente le funzioni cognitive quali l’attenzione, la working memory e l’impulsività compromettendo alcune capacità inibitorie e abbassando la soglia dell’agito o “acting”, pone complessità cliniche ulteriori.

L’ADHD può essere descritto come un “disturbo di base” ovvero un funzionamento affettivo e cognitivo di base dell’individuo
che ne connota le interazioni sociali, relazionali, comportamentali ed emotive
che frequentemente vengono confuse con le modalità di funzionamento proprie del Disturbo da Uso di Sostanze. Studi epidemiologici di comorbidità supportano le evidenze che l’ADHD pone il soggetto in una condizione di rischio di utilizzo di sostanze.

È noto che fino al 30% dei pazienti affetti da un Disturbo da Uso di Sostanze (SUD) può presentarsi in comorbidità con un Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD). Il quadro clinico che emerge da questa comorbidità è caratterizzato da una maggiore complessità a livello diagnostico, di trattamento e nel grado di ritenzione in cura.
Quanto più precocemente viene riconosciuta questa condizione quanto prima può essere instaurato un intervento clinico che possa gestirne la complessità e far aderire meglio il paziente agli interventi di cura
Ancora più che per il soggetto con la singola diagnosi di Dipendenza da Sostanze, il quadro di comorbidità deve avvalersi di un team multidisciplinare solido che possa avvalersi di specialisti su piani differenti. È di particolare rilevanza la strutturazione di un setting di trattamento all’interno del quale devono essere definiti gli obiettivi attesi, le modalità di intervento, i comportamenti da mantenere come anche le eventuali motivazioni per l’interruzione del percorso di trattamento; in questo senso è necessario che l’offerta terapeutica preveda, almeno inizialmente, incontri abbastanza ravvicinati che prestino una attenzione particolare alle prescrizioni terapeutiche e agli interventi motivazionali.
Nel trattamento della comorbidità tra ADHD e SUD è importante che il paziente venga da subito preso in carico da un team che si occupi di entrambi i disturbi contemporaneamente, al fine di gestire in maniera ottimale l’evoluzione della patologia.
L’obiettivo prioritario dovrebbe mirare a contenere il sintomo più disfunzionale e, dopo una prima risposta del paziente al trattamento, affrontare le altre condizioni cliniche associate.
Benché di prassi si miri a contenere da subito la condizione di abuso da sostanze, nella pratica clinica è noto come questo sia un obiettivo di non immediato riscontro. Può quindi essere utile iniziare ad affrontare l’impatto dei sintomi correlati all’ADHD anche in una situazione di non completa astinenza, garantendo una stretta collaborazione tra specialisti, che potrebbe avvalersi di nuove modalità di interazione tra servizi. Questi nuovi modelli di interazione rappresentano inoltre un punto nodale delle recenti indicazioni fornite da alcune Regioni italiane. In
questo modo gli interventi clinici dovrebbero essere modulati per intensità e priorità nel corso del trattamento con l’obiettivo di risultare sinergici e migliorare la risposta clinica.
La ricerca suggerisce, seppur con evidenze solo iniziali, che l’intervento farmacologico può avere un ruolo importante in questa specifica forma di comorbidità. Per confermare questi dati è sempre più necessario ottenere trial clinici che valutino approfonditamente l’efficacia di interventi farmacologici su sottogruppi specifici. Ad esempio sarebbe utile differenziare l’efficacia del trattamento in pazienti affetti da ADHD e prevalente dipendenza da stimolanti rispetto invece all’efficacia in soggetti che prediligono l’uso di THC.
Ogni intervento clinico sulla doppia diagnosi deve comunque essere affiancato da interventi psicoeducativi, motivazionali e psicologici, soprattutto di tipo Cognitivo-Comportamentale.
Il trattamento del paziente affetto da ADHD e SUD rimane tuttora un problema clinico di difficile gestione per la complessità del quadro clinico e per l’organizzazione attuale dei servizi. Riuscire ad implementare un adeguato trattamento, che riesca a riunire diversi professionisti su un obiettivo comune e condiviso, rappresenta una sfida che i servizi sono chiamati ad affrontare.

Per approfondimenti:
La doppia diagnosi ADHD e SUD
Gianmaria Zita, Giovanni Migliarese
Mission, n. 53 – Aprile 2020
pag. 10-16

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