MEDICINA DELLE DIPENDENZE: DROGHE, NEUROSCIENZE E MEDICINA

data di pubblicazione:

7 Febbraio 2020

Gian Luigi Gessa, direttore di “Medicina delle Dipendenze(MDD), nell’editoriale del nuovo numero della rivista, propone una sorta di bilancio ragionato della storia di MDD, nata nel 1993 con il nome di “Medicina delle Farmacotossicodipendenze”, attraverso brevi richiami a concetti o ad argomenti centrali nel dibattito internazionale sulle sostanze. La rivista nasce per coprire la mancanza di periodici di discussione scientifica sulle droghe che considerassero centrale il campo medico-biologico: è così che “(…) scegliemmo di privilegiare l’informazione del settore medico-biologico partendo dalla considerazione che, mentre in questo campo hanno luogo progressi delle conoscenze a un ritmo meravigliosamente vertiginoso, esiste uno scollamento tra le conoscenze dei ricercatori e la pratica degli operatori, nei quali sopravvivono incertezze, disinformazione e pregiudizi“. Spiegando  il cambio di denominazione della rivista, Gessa argomenta che “(…) la rivista ha trasmesso ai suoi lettori l’evoluzione delle conoscenze avvenute nella medicina delle dipendenze degli ultimi vent’anni. Il nome stesso è stato abbreviato quando si è scoperto che il desiderio irresistibile per l’alcol, l’eroina, la cocaina, il gioco d’azzardo, il cioccolato, lo sport estremo hanno un comune meccanismo nel cervello e costituiscono una problematica comune”.

Ripercorrendo brevemente alcuni dibattiti ospitati dalla rivista nel corso degli anni (statuto legale e pericolosità della cannabis, la specificità italiana dell’uso di metadone, le sperimentazioni sugli animali negli studi sulle dipendenze), Gessa enfatizza l’attenzione costante verso le scoperte delle neuro-scienze. “La rivista ha rappresentato le droghe prevalentemente per i loro effetti sulla salute ma non ha censurato la nostra ammirazione per il loro ruolo nella comprensione del cervello. Come eravamo alla fine dell’Ottocento quando il giovane Sigmund Freud provò su sé stesso la cocaina? Così ne descrive gli effetti: “Una sensazione esilarante e una euforia durevole che non presenta alcuna differenza da quella di un individuo normale. Quasi non si riesce a credere di essere sotto l’influsso di qualsivoglia sostanza”. Era implicita in quella acuta osservazione la domanda: la normale euforia, la felicità, è mediata da una sostanza chimica? Allora quella domanda era intempestiva perché il cervello era ancora “disabitato”. Come eravamo negli anni Settanta del secolo scorso quando Burton Angrist e Samuel Gershon hanno prodotto con alte dosi di amfetamina o cocaina una psicosi paranoidea in soggetti “volontari”. indistinguibile da quella naturale? Come Freud si sono chiesti: anche la pazzia è mediata da una sostanza chimica?

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