NARCOROMA: COME ROMA E' DIVENTATA UN HUB DEL NARCOTRAFFICO MONDIALE

data di pubblicazione:

28 Luglio 2019

Roberto Saviano, in un reportage pubblicato 2 anni fa su Repubblica, e oggi riproposto, analizza in modo minuzioso la trasformazione di Roma in uno dei principali hub del narcotraffico a livello mondiale. L’elemento di maggiore novità sottolineato da Saviano è lo sviluppo, negli ultimi anni, di organizzazioni criminali romane che, adottando i metodi delle organizzazioni mafiose tradizionali (mafia, ‘ndrangheta, camorra), sono riuscite a far diventare la città un centro di fondamentale importanza per il traffico e lo spaccio di droghe, specie di cocaina. A comprovare la tesi di Saviano è una serie di inchieste di primaria importanza, che hanno portato a centinaia di arresti, a decine di sequestri di attività commerciali e società, a imponenti sequestri di droghe. “Ecco che Roma, quindi, è come un grande centro operativo da cui i broker italiani gestiscono le più importanti rotte di droga mondiali, che dal Sud America portano verso l’Italia, e da qui proseguono anche verso l’Olanda per poi diramarsi a tutto il Nord e Centro-Europa. Quindi Sud America, Roma e poi Olanda per arrivare laddove la coca serve e viene spacciata, dove c’è domanda e manovalanza pronta a scendere in strada. Le banlieue di Parigi, Nizza, Marsiglia, Molenbeek in Belgio vengono letteralmente inondate della coca transitata da Roma”.

Ambienti investigativi e inquirenti mettono in luce il salto di qualità delle reti criminali romane, che sono riuscite a stringere rapporti alla pari con le altre mafie autoctone ed estere: “(…) L’inchiesta Tempio 2014 dimostra che Roma è ormai base attiva del crimine organizzato: mentre fino a qualche anno fa c’erano ‘ndranghetisti, camorristi e mafiosi che vi giungevano appositamente per fare business (di varia natura, dal vendere droga all’investire nella ristorazione), ora invece ci sono gruppi autoctoni capitolini che hanno acquisito tutte le caratteristiche delle organizzazioni mafiose del Sud, le ripropongono su Roma adattandole a quell’ambiente e intrattengono con i calabresi e i napoletani rapporti d’affari alla pari. Hanno solo compiti diversi: ai boss calabresi e napoletani è rimasto il ruolo di broker del narcotraffico, perché hanno decenni di relazioni e di esperienza maturata nel settore, mentre la parte di distribuzione – non solo al dettaglio ma anche all’ingrosso – è in mano a organizzazioni romane. Conclusione: a Roma esiste una nuova camera di compensazione delle diverse mafie italiane, con una struttura autonoma, la cui presenza si è radicata anche a causa all’assenza di allerta. Un’industria invisibile, trascurata da tutti e che è prosperata in questo cono d’ombra.

“È proprio in questo contesto di rapporti e di relazioni – precisa il Procuratore aggiunto Michele Prestipino – che da alcuni anni si sta sviluppando un originale processo simbiotico di scambio: le nuove consorterie romane mettono a disposizione know how criminale, derivante dalla conoscenza di luoghi, ambienti e settori di mercato; gli esponenti delle cosche tradizionali insegnano l’utilizzo del “metodo mafioso”, la cui espansione, ormai facilmente percepibile, compromette il tessuto socio economico non solo metropolitano, rendendo sempre più difficoltose le iniziative investigative”.
Come afferma il generale Del Sette, “queste due operazioni (Tempio 2014 e Babylonia, ndr) aprono un nuovo fronte, non solo per l’Italia ma per l’Europa tutta, di interpretazione dei flussi economico-criminali delle mafie italiane che, come emerge alle intercettazioni, sono tuttora considerate le più pericolose del mondo dai cartelli sudamericani stessi”.  Le mafie italiane tributano un pedigree di qualità in ambito criminale, un passepartout riconosciuto a livello internazionale. Nell’inchiesta “Tempio 2014”, un uomo del gruppo di intermediari in Spagna che sta vendendo alla joint venture romano-calabro-napoletana una partita di coca viene intercettato mentre spiega a un suo amico chi sono le persone con cui sta trattando: “Francesco è forte… conosce tutti i napoletani… è forte, è forte, amico! È mafia, mafia, mafia… (…) e i calabresi la stessa cosa, il mio amico calabrese è la stessa cosa… (…) se tu rubi a una persona hai rubato ad uno ma se rubi… guarda, ammazzano tutta la tua famiglia, non soltanto uno, capisci? Per centomila euro…”.
Le organizzazioni criminali romane sono il prodotto di un’evoluzione criminale: sfruttano la fama, i contatti e replicano i metodi intimidatori, l’organizzazione verticistica, la struttura imprenditoriale delle mafie del Sud, ma godono anche di un enorme vantaggio rispetto a queste ultime: sono libere dal fardello delle regole e della tradizione. Questo le rende molto più dinamiche sul piano operativo. Sebbene infatti la regola sia sempre stata garanzia di unità e di perpetuazione dell’organizzazione nel tempo, spesso questo vincolo rappresenta anche un enorme macigno che intralcia gli affari piuttosto che agevolarli. Roma invece è città aperta: si è liberi dalle faide tra cosche, dalle regole di onore, dall’obbligatorietà della vendetta, dai legami parentali. Ci sono solo gli affari, il profitto. È mio amico e alleato chi può farmi guadagnare. Nient’altro conta.

“La joint venture tra criminalità romana, ‘ndrangheta e camorra nella Capitale non riguarda solo il narcotraffico. La recente inchiesta della Guardia di Finanza “Luna Nera”, coordinata dal procuratore aggiunto Michele Prestipino, che il 16 giugno ha portato all’arresto di diciassette persone, ha rivelato l’esistenza di un sodalizio criminale romano che si faceva aiutare da affiliati a ‘ndrangheta e camorra per realizzare usura ed estorsione ai danni di imprenditori e attività commerciali: in cambio del loro servizio di “recupero crediti”, calabresi e napoletani trattenevano una percentuale sulle cifre raccolte. Il gruppo di estorsori-usurai versava denaro al clan del boss Michele Senese detto “‘o pazz”, detenuto al 41bis, i cui affiliati controllano ancora la zona di Roma Sud: per fare affari in quella zona bisognava avere il suo placet e la sua protezione. La fama criminale di Senese è una garanzia da sfoggiare, con le vittime o con altri criminali: “Cioè qui stiamo parlando de… che è il capo di Roma! No il capo di Roma, il capo… il boss della camorra romana!!! Comanda!! Comanda tutto lui!!”, dice di Senese un indagato intercettato.

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