ANALISI SULLA «POPOLAZIONE» di Rogoredo – RISULTATI DI UNA RICERCA

data di pubblicazione:

17 Gennaio 2019

L’analisi sulla «popolazione» di Rogoredo fa parte di una ricerca che Sonia Bergamo, dottoranda in «Sociologia e metodologia della ricerca sociale applicata» all’università Bicocca, ha iniziato nel maggio 2017. Intere giornate di lavoro in stazione e dintorni; osservazione «partecipante»; decine di interviste soprattutto con consumatori, ma anche con residenti, lavoratori, forze dell’ordine. Quando sarà pubblicata, come tesi di dottorato, questa ricerca sarà probabilmente l’analisi sociale più ricca e approfondita sulla piazza di spaccio più ampia del Nord Italia. Sonia Bergamo ha lavorato per 10 anni sulle dipendenze nelle Asl di Torino e Milano, poi ha «deciso di studiare Rogoredo — spiega — perché sembrava incredibile che esistesse una situazione del genere, così imponente per proporzioni e visibilità, ma in completa assenza di servizi strutturati, ad eccezione della cooperativa “Lotta contro l’emarginazione”».«Ho studiato il Bosco della droga di Rogoredo, dove le ragazzine si prostituiscono per 20 euro»
Sonia Bergamo, dottoranda in Sociologia dell’università Bicocca, ha dedicato la sua tesi di dottorato all’emergenza spaccio alla periferia di Milano: «Hanno in media 18 anni, ignorano i Sert, serve un modo per intercettarli»

Qualche tempo fa arrivarono un paio di ragazzine da San Siro. Giovani. Per fumare eroina. E poi ragazzini da Bergamo, da Padova, da altri paesi dell’hinterland milanese. Tutti intorno ai 18 anni. Di solito qualcosa in più, in alcuni casi meno. In quella fascia d’età rientra circa il 15 per cento dei consumatori di droga al «bosco» di Rogoredo. «Spesso sperimentano e iniziano a consumare eroina fumandola». Sarebbero le persone su cui intervenire al più presto, prima che la dipendenza sia strutturata. «Ma purtroppo sono anche i più difficili da agganciare, perché non percepiscono la gravità della loro condizione, non sanno neppure cosa sia un Sert».
Per un altro 40 per cento, a comprare nel «bosco» sono stranieri, per lo più maghrebini o dell’Est europeo. «In molti casi sono anche i più marginalizzati, quelli nelle condizioni sociali e abitative più drammatiche». C’è un tema importante: sono persone che spesso hanno un passato traumatico di migrazione e si sono avvicinate alle sostanze che «a volte circolano dentro o intorno ai centri di accoglienza».

Soltanto con un’osservazione così lunga e profonda si possono comprendere le dinamiche interne del «bosco». Ad esempio quella della prostituzione: almeno una decina di ragazze giovani si prostituiscono con una certa regolarità nei dintorni della stazione, con clienti di diversa estrazione sociale. «È interessante notare — spiega la ricercatrice — un parallelismo, una sovrapponibilità tra il mercato dello scambio sessuale e quello della droga». Un rapporto non completo costa 5 euro, esattamente come il punto di nera (la dose minima di eroina che si può acquistare); un rapporto completo 20 euro, grosso modo come il mezzo grammo o poco più di sostanza. E poi esistono altre situazioni di prostituzione «interna»: quella delle donne che pagano la dose con un rapporto; o quella dei tossicodipendenti che magari hanno più denaro, riescono ad acquistare più eroina, e poi la cedono scambiandola con prestazioni sessuali.

Sulle piazze di spaccio esistono tre tipi di intervento: quello di sicurezza (e a Rogoredo le forze dell’ordine sono molto presenti), quello urbanistico (come ha iniziato a fare «Italia nostra» col Comune), infine quello sociale e sanitario, che dal punto di vista pubblico fino a poco tempo fa era insufficiente. «Situazioni di questo tipo — riflette Sonia Bergamo — in cui i consumatori sono così tanti e così concentrati, possono essere sfruttate per interventi socio- sanitari massivi e innovativi. Con un obiettivo: ridare dignità a queste persone e poi portarle a un percorso di recupero. L’unico modo per “agganciarle” però è sul consumo, perché oggi la loro esistenza gira intorno a quello».

Su grandi luoghi di spaccio, come avvenuto all’estero, «si potrebbero sperimentare le stanze del consumo». Che sono un tema politicamente sensibile, ma offrono una serie di possibilità: interventi immediati in caso di overdose; contenimento del contagio di malattie; consumo controllato, quindi con meno ricadute sul resto della popolazione. E soprattutto il contatto continuo con operatori socio-sanitari per iniziare percorsi di recupero.

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