EROINA, IMMIGRATI E CARCERE

data di pubblicazione:

12 Febbraio 2018

carcere immigratiSalvatore Giancane, medico psichiatra del Ser.D di Bologna, sul blog della Società Italiana Tossicodipendenze (SITD), propone un’articolata riflessione sulla propria esperienza di medico psichiatra in carcere. Il focus dei tre articoli verte sui nessi fra eroina, carcere e immigrazione.Giancane inizia l’analisi, sviluppata in forma narrativa in prima persona, dalle sue prime esperienze nel carcere di Bologna nel 1990, anno di entrata in vigore della Legge 309 sugli stupefacenti, che prevedeva il concetto di dose media giornaliera. Prima dell’abrogazione del concetto di dose media giornaliera attraverso il referendum del 1993, le carceri italiane si riempiono di un numero enorme di tossicodipendenti, una parte dei quali stranieri. Giancane offre un resoconto drammatico di questa fase storica, descrivendo l’inefficia delle terapie e la sua impotenza, umana e professionale, di fronte ai neo-detenuti in crisi d’astinenza: “Non ho più visto astinenze così brutali come quelle del carcere in quegli anni. Scene terribili e difficili da cancellare, che vedevano protagoniste persone ridotte pelle ed ossa e devastate dall’HIV. Persone che tentavano di alzarsi dal letto, per poi afflosciarsi come sacchi di patate sul pavimento, sporco per il vomito e la diarrea incontenibili, di quelle che non ti lasciano modo di arrivare al bagno. Sette giorni di inferno, passati i quali non era finita. Perché non è vero che l’astinenza dura solo sei-sette giorni. Chiunque imprudentemente lo affermi, non ha sufficiente pratica clinica. Trascorsa l’astinenza grave e conclamata, c’è quella protratta: i disturbi del sonno, la facile irritabilità, l’eiaculazione precoce e le polluzioni notturne negli uomini, la depressione, l’incapacità a reggere le frustrazioni e l’attesa, l’ipersensibilità al dolore ed una miriade di altri sintomi che, associati al craving (sempre presente), provocano facilmente la ricaduta. Tutto ciò può durare anche sei mesi e seppure non sia drammatico come l’astinenza grave e conclamata, è molto logorante (…) Le astinenze erano spesso associate ad atti di autolesionismo, più spesso tagli superficiali sulle braccia, a volte sull’addome e sul tronco, bisognosi solo di disinfezione, ma anche ferite da suturare. Ho suturato fino a dieci persone in un giorno. Erano gesti soprattutto dimostrativi, ma non solo. L’autolesionismo in carcere è un fenomeno complesso, ancor più complesso negli immigrati e per questo ci torneremo”.

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