DIPENDENZA SESSUALE, VIOLENZE E SEX OFFENDER

data di pubblicazione:

15 Gennaio 2018

dip sexLa categoria di dipendenza sessuale è, in ambito scientifico, piuttosto controversa. Esclusa dalla lista delle patologie psichiatriche del DSM 5, e criticata come categoria coerente da esperti di vari ambiti disciplinari, è tuttavia oggetto di molti studi e di trattamenti. Attraverso le dichiarazioni di esperti che si occupano di tale tematica, l’articolo descrive le linee d’ombra e le controversie esistenti attorno alla dipendenza dal sesso, mettendola in relazione con le molestie e le violenze di tipo sessuale venute alla ribalta attraverso il movimento delle donne “Me too”. La maggioranza di esperti interpellati sostiene che la dipendenza sessuale vada separata dalla questione della violenza. Ad esempio, per Andrea Bramucci, psicologo-psicoterapeuta “la dipendenza dal sesso è una compulsione «che non ha niente a che vedere con le molestie. La persona che ha una dipendenza sessuale è (a suo parere) portatrice di una dipendenza che può esprimere attraverso la masturbazione, la ricerca di rapporti sessuali a pagamento ossessivi o di pratiche spinte e pericolose per sé. Ma non va fatta confusione: non stiamo parlando di sesso non consensuale. Un conto è che consensualmente si pratichi la propria dipendenza sessuale, un altro è usare il nome di una malattia per difendersi». Per Paolo Giulini, che dirige il principale programma italiano di recupero dei carcerati sex offender, attivo dal 2005 nel carcere di Bollate, “I fattori che portano le persone a compiere questi atti «sono molteplici» e che «non c’è dunque un’unica causa universale dell’agire criminoso a sfondo sessuale, bensì un insieme di possibili variabili causali». Di conseguenza, come è spiegato bene qui, «non esiste uno standard condiviso che permetta di categorizzare la personalità del sex offender tramite dei criteri diagnostici ben definiti»: non esiste un modello di vittima perfetta e non esiste il modello del perfetto stupratore. «Stiamo parlando di un reato trasversale che viene commesso all’interno di qualsiasi ceto sociale e da persone di qualsiasi tipo di livello culturale», aggiunge Giulini. (…) “La distorsione cognitiva «funziona sia come spinta di passaggio all’atto che come giustificazione ex post» e che «per quanto riguarda la violenza contro le donne ha a che fare con i classici stereotipi di genere basati sul mito del machismo». La grande difficoltà di trattare questi tipi di condotte riguarda dunque il fatto che «oltre al lavoro sugli aspetti dello psichismo va fatto un lavoro anche sulla cultura, sulle distorsioni cognitive che provengono dai modelli sub-culturali» (sul “se l’è cercata”, per capirci).

Infine, Roberta Rossi, presidente della Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica, sostiene che «può esser utile riconoscere i segnali di una cosiddetta dipendenza sessuale dal punto di vista clinico, perché dobbiamo essere in grado di accogliere e aiutare le persone che si presentano con una determinata domanda anche in mancanza di un riferimento diagnostico». Ma anche che «in questi casi non c’entra il troppo sesso ma il modo in cui quella determinata persona lo vive». E ancora: «La dipendenza sessuale può portare a comportamenti rischiosi, ma nella maggior parte dei casi non c’entra nulla con le molestie, con la mancanza di consenso da parte dell’altra persona. Ed è per questo che non può diventare una facile via di fuga per chi ha commesso molestie o abusi di potere attraverso il sesso. Il rischio è che tutti i molestatori sessuali passino per dipendenti. Ed è qui che entrano in gioco i clinici che è necessario abbiano un quadro della situazione di cui stiamo parlando e che facciano degli approfondimenti specifici. Detto questo, in tribunale la diagnosi di dipendenza sessuale non può essere considerata valida, visto che a tutt’oggi non esiste una categoria diagnostica definita».

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