NARCOTRAFFICO E CRISI DELLA DEMOCRAZIA

data di pubblicazione:

28 Novembre 2017

libro gratteri coverUna lunga intervista a Nicola Gratteri, Procuratore capo di Catanzaro, permette di evidenziare degli aspetti fondamentali, dal punto di vista geo-politico, dell’industria delle droghe, in particolare sui nessi fra narcotraffico, finanza ed economia sommersa. Gratteri è autore di numerose pubblicazioni, negli ultimi anni, che hanno gettato una luce sui lati oscuri del narcotraffico. 46 miliardi annui è il guadagno stimato della ‘Ndrangheta per la gestione dello spaccio di cocaina in Europa. Nell’intervista il procuratore illustra i meccanismi alla base dell’apparentemente irresistibile avanzata della ‘Ndrangheta, prima in Italia, poi in Europa e nel mondo. Un ruolo fondamentale in questa formidabile ascesa è stato giocato dalla gestione del traffico di stupefacenti, che nel tempo ha saputo “innovare” modalità e forme di approvigionamento, diversificando i fornitori e le rotte ed espandendo i mercati di riferimento. Di particolare rilievo i passaggi dell’intervista in cui Gratteri delinea i problemi che il narcotraffico e le mafie globali pongono sul piano democratico.

“Procuratore, tenuto conto della sua affermazione il traffico internazionale di droga, il contrasto al narcotraffico, diventa un problema politico a livello mondiale. Fino a che punto l’organizzazione criminale, la ‘Ndrangheta, può mettere a repentaglio una democrazia?
La questione è semplice ed è una questione che riguarda tanto il Sud America quanto il mondo Occidentale. Il traffico di droga crea un problema non solo sul piano della salute ma anche sul piano economico. Se io immetto miliardi di euro sul mercato legale è ovvio che altero le regole del libero mercato e allo stesso modo posso drogare le regole di una libera democrazia fino a farla saltare. Io posso comprare alberghi, ristoranti e pizzerie ma se compro pezzi di giornale e televisioni io acquisisco potere perché posso cambiare il pensiero della gente.

E’ possibile spezzare questo meccanismo?
A mio parere, essendo un problema sovranazionale, servirebbe una riorganizzazione di una struttura come quella delle Nazioni Unite. Andrebbero messe di fronte alle loro responsabilità Colombia, Bolivia e Perù che sono i principali produttori di cocaina. Si dovrebbe intervenire parlando direttamente con i cocaleros (i contadini coltivatori di coca) proponendo loro un affare semplice garantendo gli stessi guadagni che hanno coltivando la coca ma imponendo un altro tipo di coltivazione. Inoltre le Nazioni avrebbero anche il ruolo di verificare il raccolto. Con meno di un terzo della spesa si risolverebbe un problema alla sua radice. I tre Stati accetterebbero l’ingerenza dell’ONU sul proprio territorio? Sono molto scettico.

Ma solo per ingerenza o anche per i soldi?
Probabilmente anche per i soldi. Quelli della droga per certi Stati possono essere un grande indotto per l’economia legale. Però bisogna anche tenere conto di un altro aspetto. In Sud America viene reinvestito solo il 9% del denaro ottenuto con la vendita della cocaina. Il resto del guadagno viene speso dai cartelli colombiani in Europa alla stessa maniera delle nostre mafie che investono e comprano in Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo, e Germania”.

LINK ALL’INTERVISTA

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