ANCORA TROPPI MORTI DI AIDS IN AFRICA SUB-SAHARIANA

data di pubblicazione:

5 Settembre 2017

MSFUn numero inaccettabilmente elevato di persone continua a sviluppare e a morire di malattie correlate all’AIDS in tutta l’Africa sub-sahariana. Secondo Medici Senza Frontiere queste persone restano escluse dalla risposta globale all’HIV, senza accesso a un trattamento di prevenzione dell’AIDS o alle cure mediche di cui hanno bisogno.
È il dato saliente del rapporto di MSF “L’attesa non è un’opzione: prevenire e sopravvivere all’HIV avanzato”, presentato a Parigi alla Conferenza sull’HIV dell’International AIDS Society.

Dal rapporto emerge che negli ospedali gestiti e sostenuti da MSF in Repubblica Democratica del Congo (RDC), Guinea, Kenya e Malawi, i pazienti presentano un’insufficienza immunitaria talmente grave che la mortalità complessiva per i soggetti affetti da AIDS è compresa tra il 30 e il 40%. Quasi un terzo di tali decessi si verifica entro 48 ore.
Le cause principali della malattia e del decesso sono dovute al fallimento del trattamento, alla sua interruzione e a diagnosi tardive, che comportano il ritardo della terapia. A differenza dei primi anni 2000, quando erano disponibili poche terapie, oltre il 50% degli ammalati di AIDS negli ospedali sostenuti da MSF oggi ha già iniziato la terapia antiretrovirale (ART) ma molti pazienti evidenziano segni clinici di fallimento del trattamento.

«Nonostante l’ampio accesso ai farmaci antiretrovirali, nei paesi in via di sviluppo non si è osservato il calo previsto dell’HIV in fase avanzata. Ciò che è cambiato è che tra le persone ricoverate negli ospedali, la maggior parte è già stata diagnosticata e molti pazienti sono in cura da diversi anni. In Kenya, a Homa-Bay, dove gli antiretrovirali sono disponibili da anni, la metà dei pazienti ricoverati per AIDS mostra però segni di insuccesso della terapia. Stiamo insistendo per passare più rapidamente questi pazienti a farmaci antiretrovirali di seconda linea», ha affermato David Maman, epidemiologo di MSF Epicentre.

A livello comunitario, le indagini di MSF sulla popolazione mostrano anche che una parte dei pazienti affetti da AIDS nelle comunità dell’Africa meridionale e orientale rimane senza accesso a test e terapie. Circa il 10% delle persone HIV-positive che vive nei distretti di Malawi, Kenya e Sudafrica ha già sviluppato l’AIDS e il 47% di loro non è mai stato sottoposto a test o terapie.

«Le persone continuano ad essere diagnosticate tardivamente. Abbiamo bisogno di nuove modalità per individuare precocemente chi è stato escluso, per evitare che arrivino in ospedale in condizioni ormai fatali, o muoiano in casa prima ancora di ricevere assistenza. L’emarginazione e la mancanza di informazioni restano ancora elevate e comportano ritardi nel trattamento o la mancanza di test e terapie. Tutto questo evidenzia la necessità di integrare una maggiore copertura antiretrovirale a livello comunitario con una migliore assistenza per i pazienti in trattamento da anni», ha detto Gilles van Cutsem, specialista per l’HIV di MSF.

MSF teme inoltre che la situazione peggiorerà, poiché i finanziamenti per la risposta globale al virus HIV sono fermi. I tagli previsti dei fondi statunitensi al Fondo Globale (17%) e al PEPFAR (11%) dal 2018 in poi costringeranno molti paesi ad affrontare ulteriori limitazioni delle sovvenzioni. La riduzione delle fonti di finanziamento e la necessità di preservare gli acquisti di ART comprometteranno le risposte a livello comunitario, inclusi i test mirati e il miglioramento di alfabetizzazione e adesione al trattamento, e danneggeranno gli investimenti essenziali necessari per gli operatori sanitari, i laboratori e gli strumenti diagnostici.

«Ogni paziente che si presenta con l’AIDS è una dimostrazione terribile della difficoltà di fare tempestivamente il test, di accedere al trattamento e di proseguire in modo costante la terapia antiretrovirale. Con la riduzione dell’impegno politico globale e dei finanziamenti per l’HIV, non solo la lotta più ampia contro il virus rischia di fare marcia indietro, ma si riduce sostanzialmente anche la speranza di ripresa per i pazienti che arrivano in ospedale con uno stadio avanzato della malattia», ha concluso Mit Philips, esperta di MSF per le politiche sanitarie.

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