DEPRESSIONE, L'EFFICACIA DEI FARMACI DIPENDE DALL'AMBIENTE CIRCOSTANTE

data di pubblicazione:

28 Agosto 2017

DEPRESSIONEDue studi, coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità sostengono come l’ambiente svolga un ruolo fondamentale nell’efficacia degli antidepressivi.

L’efficacia dei trattamenti antidepressivi serotoninergici dipende anche dal contesto ambientale in cui vive il paziente e quindi, in cui i farmaci vengono assunti. Questo perché l’azione del farmaco consiste, almeno in parte, nell’aumentare la plasticità neurale, promuovendo piuttosto che curando, la possibilità dell’individuo di ridurre o eliminare i sintomi della depressione.

A questa la conclusione è giunta un’équipe internazionale di ricercatori, coordinati da Igor Branchi, del Centro per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità, in uno studio pubblicato sulla rivista “Molecular Psychiatry“. Una conclusione confermata in uno studio gemello condotto dagli stessi autori su soggetti depressi e apparso sulla rivista “Translational Psychiatry“.

Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Ssri) non sempre risultano efficaci. “Per capirne i motivi, abbiamo ipotizzato come l’aumento della plasticità neurale indotta dal farmaco produca un aumento della suscettibilità agli stimoli ambientali” spiega Branchi, affiancato nell’indagine da colleghi de La Sapienza Università di Roma, dell’Università di Modena e Reggio Emilia e dell’ateneo di Zurigo.
“Di conseguenza, abbiamo analizzato, sia in modelli sperimentali sia in pazienti, il ruolo dell’ambiente nel determinare l’efficacia del trattamento. I risultati hanno dimostrato come il trattamento con Ssri aumenti in modo dose-dipendente l’influenza delle condizioni di vita sull’umore” prosegue Branchi. Ciò è stato osservato sia su parametri clinici, quali la gravità della psicopatologia, che preclinici e molecolari, come i livelli di neutrotrofine e la neurogenesi.

I risultati ottenuti potrebbero spiegare la variabilità dell’ efficacia del trattamento con gli antidepressivi e quindi rappresentare un passo importante per la comprensione del meccanismo di azione di questi farmaci. Nel commentare lo studio di Branchi da un editoriale comparso su “Molecular Psychiatry”, il vicedirettore del South Australian Health and Medical Research Institute, Julio Licinio ricorda come la depressione sia una vera e propria emergenza sanitaria che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, colpisce 350 milioni di persone in tutto il mondo.

Tale emergenza è aggravata dal fatto che circa il 60-70% dei pazienti trattati con i farmaci più comunemente utilizzati nelle principali forme di depressione, ovvero gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, non guarisce e il 30-40% non mostra neanche una risposta significativa al farmaco.

“Queste scoperte possono contribuire a migliorare la pratica clinica – conclude Branchi – mettendo a punto strategie terapeutiche basate sulla combinazione del trattamento farmacologico con un approccio terapeutico, come la terapia cognitivo-comportamentale, che permetta, a chi soffre di depressione, di affrontare ambienti di vita avversi ed eventi stressanti con maggiore successo, aumentando l’efficacia del trattamento”.

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