DON WINSLOW E LA GUERRA ALLA DROGA: CHI VINCE E CHI PERDE

data di pubblicazione:

9 Luglio 2017

il cartelloSul quotidiano La Repubblica Enrico Deaglio intervista lo scrittore di culto Don Winslow, considerato fra i più rilevanti e influenti scrittori contemporanei, soprattutto per i due celebri romanzi sul potere criminale ed economico dei cartelli del narcotraffico in Messico, “Il potere del cane” e “Il Cartello”, opere per le quali ha subito varie minacce. Questi due romanzi, scritti in uno stile estremamente realistico, sono stati realizzati sulla base di una minuziosa documentazione, raccolta anche di prima mano, sulla reale situazione del traffico di stupefacenti in Messico e negli USA. Nell’intervista Winslow si sofferma su diversi temi centrali contenuti ne “Il potere del cane” e ne “Il Cartello”, di cui riportiamo gli stralci più significativi.

“Da dove partiamo?
«Se parliamo di cartelli, da quello di Sinaloa. È un punto all’orizzonte, a sud: lo stato di Sinaloa, Messico, nei poverissimi anni Quaranta. Il clima è buono per la coltivazione dell’oppio, i gringos ne hanno bisogno. Il consumo di massa di oppio, eroina, antidolorifici è nato qui, con la Prima guerra mondiale, le trincee, le amputazioni. Furono degli italiani intraprendenti a capire che si potevano fare un sacco di soldi curando dolore e infelicità. Lucky Luciano fu il più sveglio, aprì canali con l’industria farmaceutica in Germania, si spinse addirittura in Birmania per comprare la materia prima. Con la Seconda guerra mondiale questi canali si esaurirono: l’Atlantico era un “mare tedesco”, il Giappone dominava l’Asia, la merce non arrivava. Ma i soldati americani avevano bisogno della dose. E così furono proprio gli americani a proporre ai contadini di Sinaloa di produrre per loro. “Sì, d’accordo, ma come facciamo a portarvi la roba oltre le montagne?”. “Vi costruiamo noi la ferrovia” dissero i gringos, e infatti  fecero la Sinaloa-San Diego in un batter d’occhio, per i marinai delle portaerei, le decine di migliaia di feriti, di traumatizzati, di distrutti dalla guerra  che tornavano a casa».

Tra allora e oggi, per soddisfare i consumi americani c’è voluta la produzione intensiva in Colombia, Bolivia, Messico. Adesso è il Messico che ha preso il sopravvento: e la logica del Cartello del XXI secolo ha la stessa modernità delle catene di montaggio dei primi del Novecento.  

Winslow si alza e va alla staccionata. Prende una pietra. «Questo oggetto qui vale uno». Lo trasporta oltre il legno. «Arrivato di là, lo vendi a 50. Produrre è importante, ma molto di più è occupare lo spazio da quest’altra parte della staccionata. Questo vuol dire corrompere, decapitare, sterminare. Il cartello è questo: non è la cronaca di diversi assassinii, ma il flusso di una merce diventata regina del mercato americano. I narcos vogliono il monopolio. Chi si oppone muore. È il più grande conflitto in corso: centomila morti in dieci anni, e la cifra è in crescita. E centomila morti vogliono dire altrettanti orfani, altrettante vendette, altrettanti traumi psichici. Oggi la produzione di droga dei cartelli messicani vale tra l’8 e il 13 per cento del Pil del Paese: sono di fatto un secondo potere. Anni fa sono stati loro a comprare i bond emessi dal governo messicano e a salvarlo dal default. Dopo il crollo di Wall Street del 2008 è stato il denaro liquido di Las Vegas e Miami a far partire la ripresa».

Ma lei fa lo scrittore o il sociologo?
«Scrittore, assolutamente. La crime novel è fatta per intrattenere il lettore. Però ci tengo anche a fare qualcosa per cambiare la situazione».

Che cosa propone?
«Che si dichiari la fine della “guerra alla droga”. Bisogna legalizzare il più possibile, anche le droghe che danno dipendenza (quelle che noi chiamiamo pesanti, ndr) e intervenire sulle cause dell’infelicità che porta alla droga. Bisogna colpire i criminali. E per quanto riguarda le sostanze “ricreative”, io ovviamente capisco il fumo, ma vorrei che i ragazzi – che magari boicottano una marca di caffè perché non è equa e solidale  –  si rendessero conto che chi produce marijuana è quasi sempre uno schiavista».

Come lavora?
«Da solo, come un artigiano.  In questa stanza (una stanza spoglia, con un enorme iMac davanti al quale Winslow scrive in piedi; al soffitto è appeso un punchingball). I miei libri hanno bisogno di anni di documentazione. Per scrivere Il cartello ho passato un anno a collezionare documenti, fatti di cronaca, rapporti di polizia: 153 pagine di notizie scritte a spazio uno. Ne ho selezionate quindici, poi ho cominciato ad andare a trovare persone e a far loro domande, poi a immaginare dei personaggi, delle emozioni, dei sentimenti. Alla fine ne sono rimasti due, e il tema del loro rapporto era la vendetta. Sono uno scrittore realista, probabilmente iperrealista. Il mio editor ogni tanto mi ferma».

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