LA CHIUSURA DEL COCORICO': IL MONDO DELLA NOTTE SOTTO ACCUSA?

data di pubblicazione:

5 Agosto 2015

cocoE’ di pochi giorni fa la notizia del provvedimento assunto dal prefetto di Rimini di chiusura per quattro mesi della storica e discussa discoteca Cocoricò. Il provvedimento, assunto sulla base della morte di un ragazzo di 16 anni per overdose di ecstasy avvenuta all’interno del locale e per i ripetuti problemi di spaccio e di ordine pubblico avvenuti nei mesi scorsi nella discoteca, ha provocato molte e contrastanti reazioni. Se una parte dell’opinione pubblica ha accolto con favore questa decisione, interpretandola come una misura di tutela della salute pubblica, oltre alla proprietà e ai dipendenti del locale anche vari esponenti politici e associativi hanno protestato per la severità del provvedimento. Al di là delle opinioni, la lunghezza della chiusura del locale, che è inoltre essere sotto indagine per evasione fiscale, mette indiscussione il modello della “movida” romagnola e non solo. Un modello che rappresenta -basti pensare all’indotto che gira attorno alla discoteca- anche aspetti economici e sociali che vanno ben oltre alla musica techno e al consumo di sostanze legali e illegali. Se criminalizzare in modo indiscriminato, sulla base dei consumi di sostanze e dei problemi di spaccio, il mondo della notte e del divertimento appare anacronistico e poco efficace, è pur vero che i problemi sollevati dalla vicenda sono in larga parte effettivi e necessitano di complesse risposte. Per capire questo mondo, appare fondamentale conoscere e provare a comprendere le motivazioni e gli stili di vita delle decine di migliaia di ragazzi e di ragazze che frequentano (o meglio frequentavano) il Cocoricò e le tante discoteche presenti in zona. Un articolo della Stampa di Torino raccoglie alcune interviste di ragazzi e di cittadini rimanesi. “La navetta è una corriera che parte da qui e porta su, fino alla collina. Destinazione Peter Pan, discoteca a 500 metri in linea d’area dal «Cocco». I ragazzi, nel piazzale buio, lo chiamano così. Ne parlano, senza bisogno di domande. «Chiuderlo quattro mesi è una follia», dice Martina, 18 anni all’anagrafe e coroncina hawaiana a stringerle i capelli. «Certo, ci dispiace per quel ragazzo – dice Filippo – ma se muore una persona al ristorante tolgono la licenza al gestore?». Provoca, non c’è tempo per rispondere: la corriera è arrivata. Si va. Due piani di autobus per quattro chilometri di delirio. Urla, cori da stadio, invettive contro l’autista. Ragazzi pieni. Di vita, d’alcol, chissà. «Bevo, bevo, fino a quando son felice, anche se poi vo-mi-to», intona un bergamasco. E tutti a seguirlo e a passarsi una bottiglia di plastica amarognola. «Havana Cola», dicono. «Ne vuoi?». Dal fondo, intanto, altre grida. Sono di due comitive, una di Bra e l’altra di Cuneo. Avranno sì e no vent’anni, e non vogliono essere da meno. Si diventa subito amici di tutti. Ne resterà una foto su Facebook, forse. Si partecipa a qualcosa che pretende di essere unico. Ma che si ripete ogni sera uguale a se stesso.”

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