STUDIO IPSAD SUL GIOCO D'AZZARDO IN ITALIA

data di pubblicazione:

11 Marzo 2015

mettiamoci in giocoUn articolo del Corriere della sera approfondisce il tema del gioco d’azzardo, anche sulla base dei risultati più significativi emersi dal recente studio nazionale IPSAD, condotto dalla Sezione di Epidemiologia e Ricerca dell’IFC-CNR di Pisa. Lo studio, condotto su un campione di oltre 8 mila intervistati tra i 15 e i 64 anni, stima in 16 milioni il numero totale di giocatori italiani. La ricerca del CNR divide i giocatori in quattro categorie: l’80% (circa 13 milioni) è rappresentato da giocatori cosiddetti “sociali”, non a rischio, mentre 2 milioni di giocatori (14,6% ) sono classificati come a basso rischio. I giocatori considerati a rischio moderato o problematico sono circa 900 mila, quelli patologici 256 mila. Lo studio IPSAD dedica una sezione specifica alla situazione dei giovani giocatori, da cui emerge una stima di 100 mila studenti che già presentano un profilo di rischio moderato e di 70 mila con una modalità di gioco problematica.

Giustamente l’articolo sottolinea anche la dimensione legata alla cura delle forme patologiche del gioco d’azzardo, ricordando come con il decreto Balduzzi del 2012 e l’inserimento del GAP nei livelli d’assistenza (LEA) si sia posto un argine alla precedente disomogeneità e incertezza rispetto alle modalità di presa in carico dei giocatori con dipendenza. Tuttavia, permangono su questo fronte numerose criticità, come riportato dal referente nazionale sul GAP di FederSerD: “L’organizzazione dei servizi territoriali al momento riflette ancora il quadro organizzativo preesistente ai Lea: — conferma il professor Maurizio Fea, psichiatra responsabile dell’area Gioco d’azzardo patologico di FederSerD — grosse differenze tra regione e regione. Su 645 Servizi, quelli che si occupano di patologie da gioco d’azzardo sono poco più di 200. La rete assistenziale non è omogenea neppure dal punto di vista delle prestazioni erogate». In mezzo a tanto caos, non è possibile sapere con precisione neppure quante siano le persone sottoposte a trattamento”.

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