MANSIONI A RISCHIO E CONTROLLI DELL'USO DI SOSTANZE NEL LAVORATORE. IL PUNTO DI VISTA DELLA MEDICINA DEL LAVORO.

data di pubblicazione:

23 Ottobre 2014

dal fare al dire                           E’ da alcuni anni, dall’accordo siglato dall’Intesa Stato-Regioni del 30 ottobre 2007 e poi perfezionato il 18 settembre 2008, che è operativo un iter procedurale per l’effettuazione di accertamenti di assenza di tossicodipendenza nelle cosiddette “mansioni a rischio”, definite come quelle occupazioni “che comportano rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute propria e di terzi, anche in riferimenti ad un’assunzione solo sporadica di sostanze stupefacenti”. La procedura standard prevede due livelli d’interventi: il primo accertamento, a carico del medico competente, cui segue, un approfondimento diagnostico a cura delle strutture sanitarie competenti, quindi in genere dei Ser.T.

Zanelli si sofferma nell’articolo su alcuni limiti e criticità della materia evidenziati dall’applicazione della normativa. In primo luogo, Zanella critica l’assunto della legge, secondo il quale il rischio si identifica con la mera assunzione, anche occasionale. Ciò appare in contraddizione con l’approccio dominante nella medicina del lavoro, che determina il rischio sulla base del livello dell’esposizione della sostanza nel lavoratore. Vi è poi una grave lacuna a livello normativo: la legge si applica solo ai lavoratori dipendenti, lasciando così scoperta l’intera area del lavoro autonomo, che in settori a elevato rischio infortunistico come i trasporti e l’edilizia risulta assai consistente. Altro ordine di problemi attiene al rapporto di fiducia fra medico competente, azienda e lavoratore: la legge assegna al medico del lavoro ruoli e funzioni di controllo che confliggono, almeno in parte, con gli obiettivi di tutela della salute e della sicurezza negli ambienti di lavoro assegnati tradizionalmente al medico del lavoro. Infine, Zanelli sostiene che vi sia un problema d’efficacia della legge stessa, poiché i dati nazionali del 2009 mostrano un tasso di positività molto basso, pari all’1,2% del campione. Il 19% dei lavoratori risultati positivi ai test sono diagnosticati come tossicodipenti, mentre l’81% è definito come un utilizzatore occasionale, perlopiù di cannabis (64%) e cocaina (19%). Sulla cannabis, è noto che i risultati positivi si ottengono anche a distanza di giorni dall’assunzione, ponendo così forti dubbi nella dimostrazione di un nesso causale fra positività alla sostanza ed aumento effettivo del rischio infortunistico per sé e per gli altri. Infine, l’analisi dei dati sugli accertamenti di secondo livello compiuti dal Ser.T Piemonte nel 2012, mostra che il numero di soggetti diagnosticato dipendente è pari a 97, di cui 73 per cannabinoidi, 16 per cocaina, 3 per eroina.

Zanelli conclude rilevando che la legge assegna al medico competente un giudizio di idoneità alla mansione che prescinde dall’accertamento del secondo livello. E’ così prassi che un lavoratore sia sospeso dalla mansione in via cautelativa, sulla base dei risultati del primo livello, in assenza di esami più rigorosi e soprattutto di una diagnosi di dipendenza, che è di esclusiva competenza dei Ser.T..

Si può in definitiva osservare che i rilievi mossi da Zanella appaiono fondati nel merito, evidenziando lacune applicative che andrebbero colmate ai fini di una maggiore efficacia della legge stessa.

Zanelli R., Le criticità applicative degli accertamenti di assenza di tossicodipendenza nei lavoratori che svolgono mansioni a rischio, Dal Fare al Dire, XXIII, pp. 14-19.

 

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