Le voci vietate: “Ci sono dei giorni in cui mi attacco alle sbarre, come se al mio toccarlo quel ferro ghiaccio dovesse svanire e d’incanto mi ritrovassi libera di riprendermi la mia vita senza dover fare nessuna domanda”. Le voci che non sentiamo perché sono sepolte dentro Sollicciano.
Ragazze, madri, donne, soprattutto cuori, sentimenti, corse e cadute, scie del destino.
“Alice nel paese delle domandine” (le domandine sono i mille moduli da compilare all’amministrazione penitenziaria per qualsiasi richiesta o desiderio), è un libro appena pubblicato dalla casa editrice Le Lettere e firmato da Monica Sarsini, scrittrice e artista fiorentina che da tre anni per l’associazione Il Giardino dei Ciliegi, un giorno la settimana, entra in carcere e tiene un corso di scrittura creativa alle inquiline della sezione femminile del carcere.
Un corso che nel tempo non è più soltanto una lezione, ma un patto di amicizia, un dialogo, una finestra sul mondo: “Fino alla scorso anno potevo contare su un contributo del Comune, adesso forse per carenze nei finanziamenti, non mi danno più niente, ma io non me la sento di lasciare sole quelle donne là dentro”. Così il laboratorio va avanti per affetto e per un senso di solidarietà tutta femminile o perché si crede nei versi di una poesia di Emily Dickinson, “una parola muore/appena detta,/ dice qualcuno./ Io dico che solo/ quel giorno/ comincia a vivere”.
Immerse nello squallore sogniamo solo la libertà
I nostri buoni propositi farebbero impallidire un monaco zen. Poi i detenuti smettono di essere detenuti ed escono, purtroppo spesso non si diventa matematicamente liberi, per essere davvero libero devi avere dei progetti e delle possibilità… La speranza fissa di un detenuto è la libertà. Uscire da questo luogo squallido, che appena apri gli occhi al mattino ti ci trovi immersa, no, prima ancora, un attimo prima di svegliarti, in cui nella tua testa iniziano a entrare i suoni e, i suoni che senti sono le voci delle altre detenute o delle agenti e intanto pensi “nooo”. Uscire di qui e poter fare una cosa qualsiasi, entrare in un bar o fare una telefonata e sentire la voce della tua amica più cara; camminare e guardare le vetrine, questa è la speranza basilare, non vedere più questo posto e tutte queste sbarre e cancelli. Invece ci sono due fattori comuni a tutti i detenuti: che siamo innocenti e che mentre siamo qua facciamo buoni propositi, talmente buoni da far impallidire un monaco zen.
Noi, impotenti e disperate tra la pioggia di spazzatura
Ho avuto il permesso di chiamare i miei, da un mese aspettavo. Mi affaccio tra le grate in cemento e sulla tettoia sottostante piove spazzatura. La gettano dalla cella sopra la mia. Avanzi di cibo, carta igienica e pane bagnato. Di fronte a questo c’è impotenza, le agenti intervengono, ma non basta a fermare il sudicio. La mia è una cella multirazziale: io italiana, Stenie è africana, del Congo e Ly cinese. Ly non parla italiano, nemmeno una parola, le sto insegnando l’indispensabile: francobollo, lavatrice, domandina, pranzo… Lei sorride e ripete. Stenie invece è sempre stanca, oggi però le ho detto che nessuno è servo dell’altro e perciò collaborasse e, per l’andamento della casa, ha lavato i piatti. Chi fuma non ha vita facile in carcere, specie se fuori non c’è una famiglia che ti sostiene. Non basta il lavoro che svolgi nella struttura per soddisfare i piccoli capricci. Vedo anime disperate che si affacciano e chiedono sigarette… Ho avuto il permesso di telefonare a casa, un mese fa ho fatto la richiesta. Quando mio figlio mi ha risposto mi batteva il cuore forte e le lacrime scendevano giù.
Ci basta un panno bianco per innamorarci ancora
È un modo per comunicare e fidanzarti con uomini che non conosci. Panneggio. Secondo il dizionario: l’effetto delle pieghe di un drappo o di una veste, specialmente come oggetto o motivo di rappresentazione nell’ambito della pittura o della scultura tradizionale. Nel carcere di Sollicciano panneggiare è uno dei verbi, quindi degli atti, più comuni: è un modo per comunicare la parte femminile e quella maschile che si interfacciano come le curve di uno stadio. Per panneggiare bastano un panno appunto e conoscere l’alfabeto… Un panno bianco e due mani ed ecco come magia che ti trovi a parlare con un uomo dietro le sbarre come te. Sollicciano ti offre questo, e in poco tempo ti ritrovi in sintonia con lui, ti puoi fidanzare, farti un amico, ma qui la precedenza tocca a un innamoramento tra persone che nemmeno si vedono e che non si conoscono, cosa che succede spessissimo. Prima vieni corteggiata proprio come succede fuori da un carcere, pian piano con quel panno trovi l’uomo che credi già di amare anche se non lo vedi, ci fai l’amore con un panno.
Piatti vari e abbondanti ma manca il sapore di casa
Ogni tanto arriva qualcosa scelto dai miei bimbi: cibo che fa bene al cuore. La ragazza vestita di bianco, che poi seppi si chiamava porta vitto, da lì prendeva i nostri piatti, li riempiva e ce li restituiva. Attraversare con la mia mano quella sbarra per farmi riempire il piatto fu una grande mortificazione. A volte questa scena l’avevo vista in qualche film, ma adesso i miei occhi non osservavano una finzione, vedevano la realtà in cui ero precipitata. Le mie mani esili dalla pelle morbida e dalle unghie ben curate attraversarono quelle sbarre che intrappolavano il mio corpo e per qualche secondo la mia mano che sporgeva era come se oltrepassasse il confine nel quale ero rinchiusa. Sul carrello ci sono sempre tre portate, le porzioni sono abbondanti ma gli odori e i sapori sono diversi da ciò che cucinavo io… Durante i colloqui i miei genitori mi possono portare il mangiare, ma solo quattro volte al mese. Quando vedo i sacchetti portati da casa e i prodotti scelti dai miei bambini li mangio con un gusto particolare… E questo cibo per me non è soltanto il nutrimento del corpo, ma soprattutto per il mio cuore.
Ho abbracciato mia sorella non la vedevo da tre mesi
Mi ha baciata solo dopo aver chiesto il permesso alla guardia. Alle 8,45 è venuta l’assistente e mi ha fatto scendere nell’ingresso, dopo cinque minuti un’altra assistente mi ha perquisita e dopo mi ha messo le manette. Poi mi hanno fatta salire sul blindo e siamo partiti per il tribunale. Sulla strada c’erano mia sorella e il suo compagno che non vedevo da tre mesi, però quando mi ha visto con le manette si è messa a piangere e io ho fatto altrettanto. Poi con la scorta mi hanno portata in una stanza ad aspettare che mi chiamassero… Mia sorella ha chiesto all’assistente se mi poteva abbracciare e l’assistente ha detto di sì e allora mi ha baciata e abbracciata e mi ha detto di stare tranquilla che mi voleva bene… Dunque ho avuto questa camera di consiglio per chiedere i primi 45 giorni di liberazione anticipata, il tribunale di sorveglianza me li ha rigettati perché i carabinieri di Prato il 12 febbraio mi hanno denunciata, dicono che mentre ero agli arresti domiciliari ho fatto più di un’evasione, ma io, ma non sapevo che anche fuori dalla porta di casa, sul pianerottolo, fosse evasione.
Quante lettere di rimpianti scritte da schiava della droga
Il tuo spazio è limitato e cerchi di aggrapparti a qualsiasi cosa. Parole, parole, parole. Scrivere oceani di parole, non so quante ne ho scritte da quando sono qua, fra queste mura. Lettere, troppe lettere, tristi, d’amore, di rimpianti, lettere da amici mai arrivate, e ti rendi conto quanto lo fossero davvero, legati da una sostanza, forse l’unica amica che ho avuto, l’eroina, quella che mi rimaneva più facile, non parla ma in compenso mi fa stare bene, bene a tal punto che non ti interessa fin dove ti fa arrivare, ma solo come ti fa sentire. Un’amicizia che a poco a poco diventa una convivenza, anzi un matrimonio: per divorziare devi passare da una marea di avvocati, ma penalisti, ed ecco che ti ritrovi qui, nel posto che è impossibile immaginare se non ti ci ritrovi con i tuoi occhi e le tue gambe, la galera, un microcosmo dove ti controllano 24 ore su 24, dove il tuo spazio è limitato e il tempo cammina lento, inesorabilmente, dove cerchi di aggrapparti a qualunque cosa, magari anche un amore passeggero.