TEST HIV E CERTEZZA DEI RISULTATI

data di pubblicazione:

20 Settembre 2011

“Questa estate sono stato imprudente e adesso sono spaventatissimo all’idea di aver contratto l’Hiv. Naturalmente intendo sottopormi al test e, ovviamente, vorrei mettermi il più presto possibile il cuore in pace. Ma qui sorgono altri dubbi: dopo quanto tempo “dall’episodio” posso fare il test ed essere certo che il risultato sia davvero “definitivo”? C’è chi mi dice che dovrò aspettare addirittura un anno prima di essere sicuro di non essere stato infettato. C’è chi parla, invece, di sei mesi, chi di tre mesi, chi di due soltanto. Qual è la verità, a chi devo credere?

Risponde Massimo Galli
Responsabile III Divisione Malattie Infettive Ospedale Sacco, Milano

Utilizzando i test sierologici di quarta generazione, un risultato negativo a 3 mesi da un’esposizione probabile o presunta al virus Hiv, consente di affermare con ampio margine di sicurezza che l’infezione non è avvenuta. I test di quarta generazione consentono l’identificazione sia degli anticorpi sia dell’antigene p24, un “sottoprodotto” della replicazione del virus che, in caso di infezione, compare nel sangue tra la seconda e la quarta settimana dall’esposizione (e poi sparisce, per ricomparire dopo mesi o anni). Gli anticorpi invece compaiono dalla quarta settimana e rimangono presenti indefinitamente. Questi intervalli di tempo non sono però immutabili: ci sono variazioni, di regola non molto ampie, che dipendono da fattori individuali, dalla quantità di virus a cui si è stati esposti e dalle modalità di esposizione. È per questo che ci si concede un margine di sicurezza, considerando chiusa la “pratica” se il risultato del test è negativo a tre mesi.

La rapida evoluzione dei test ha necessariamente influito sulle risposte degli esperti. Ad esempio, i test di prima generazione venivano ripetuti anche al sesto e al dodicesimo mese. Talvolta, soprattutto nella fase di transizione tra una generazione dei test e l’adozione della successiva, nel dubbio in merito a a quale test fosse stato sottoposto il richiedente, gli esperti interpellati hanno dato risposte prudenti, suggerendo controlli ulteriori. Va poi ricordato che i test rapidi su sangue e saliva, molto utili a favorire un largo accesso al test, sono assimilabili ai test di terza generazione, non misurano cioè l’antigene, ma solo gli anticorpi e non sono quindi il modo migliore per dare una risposta definitiva a chi teme che un’infezione. Aiutano molto invece per togliere i dubbi sulle “storie” più vecchie di tre mesi.

Un’altra domanda che ricorre spesso è perché non si usi sempre in questi casi un test molecolare, che consente la ricerca diretta dell’RNA del virus. Queste tecniche sono di regola riservate a conferire la massima sicurezza alle trasfusioni e ai trapianti. Un importante studio italiano di Claudio Velati e collaboratori (Transfusion 2008) ci riferisce che su 8 milioni di unità di sangue donato solo 14, cioè meno di due per milione, risultavano positive ai test molecolari e negative a quelli sierologici di quarta generazione. In tutti e 14 i casi il test sierologico si è positivizzato in una media di otto giorni circa: non ha quindi senso usare nella routine, il test molecolare, che costa di più e richiede un tempo di lavoro più lungo ai laboratori, quando il quesito è se una persona che ritiene di essere stata esposta a rischio si sia infettata o no.

Fonte: Corriere della Sera, 11 settembre 2011

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