EPATITE B: DOMANDE E RISPOSTE

data di pubblicazione:

2 Maggio 2011

Non tutta la popolazione italiana è protetta dal virus dell’epatite B, che è ancora diffuso nel nostro Paese, complice anche il fenomeno dell’immigrazione, soprattutto dai Paesi dell’Est europeo. Ecco allora una serie di risposte a domande sulla vaccinazione, e non solo, con l’aiuto di Alessandro Zanetti, direttore del dipartimento di Igiene dell’Università di Milano.
Oggi un adulto sano dovrebbe vaccinarsi contro l’epatite B? La vaccinazione è raccomandabile a tutte le persone che non hanno anticorpi contro il virus.
Quali sono le categorie a rischio che devono vaccinarsi? Sono quelle persone che per motivi professionali (personale sanitario) o per comportamenti (sesso con più partner o con prostitute, uso di droghe per via endovenosa) possono più facilmente entrare in contatto con il virus. Fra i soggetti a rischio vanno considerati anche i conviventi e i partner sessuali delle persone portatrici del virus e alcune categorie di malati, come per esempio i dializzati oppure i politrasfusi.
Il sesso orale può costituire una via di contagio? In qualche caso sì, ovviamente quando uno dei partner è sieropositivo per l’epatite B.
E i tatuaggi o il body piercing? Se eseguiti in ambienti igienicamente controllati e con strumenti sterilizzati non comportano rischi. Altrimenti il rischio c’è.
Una donna in gravidanza può vaccinarsi? Teoricamente sì, perché il vaccino è sicuro. Il test per il virus B è obbligatorio per le donne in gravidanza: se è positivo, si tratta il bambino alla nascita con immunoglobuline e vaccino.
Che tipo di vaccino viene oggi somministrato agli adulti? Il vaccino ricombinante ottenuto con l’ingegneria genetica.
Prima della vaccinazione vale la pena di fare un test per la ricerca di anticorpi antivirus? Il test si può fare ed è utile soprattutto per i soggetti a rischio perché, se sono negativi, fanno la vaccinazione; se sono positivi ed hanno un’epatite cronica possono essere trattati.
Quante somministrazioni richiede il vaccino? Tre somministrazioni, la seconda e la terza a uno e sei mesi dalla prima.
Chi si è già vaccinato ha bisogno di un richiamo? Per ora soggetti sani, bambini o giovani adulti, che sono stati vaccinati regolarmente, non hanno bisogno di un richiamo. Anche se il soggetto perde gli anticorpi, conserva la “memoria” immunologica e, nel caso incontrasse il virus, è capace di produrre anticorpi di difesa. Questo dicono le ricerche che hanno studiato quello che succede fino a vent’anni dalla vaccinazione. Quello che succederà dopo questo periodo andrà ancora studiato.
I bambini cui è stato somministrato il vaccino esavalente Hexavac poi ritirato dal commercio nel 2005 per prudenza perché ritenuto meno immunogenico, per l’epatite, rispetto all’Infarix Hexa (l’unico attualmente disponibile) devono ricevere un richiamo? No, questi bambini si devono considerare protetti. Uno studio, condotto da Alessandro Zanetti del Dipartimento di Igiene dell’Università di Milano, ne ha confermato l’efficacia a distanza di cinque anni dalla somministrazione. Per il futuro, saranno necessari altri studi.
Quali sono gli effetti collaterali della vaccinazione? Il vaccino è ben tollerato, non ha effetti collaterali, salvo, in qualche caso, dolore e gonfiore nella sede di inoculazione, e, a volte, una febbre di modesta entità. Negli anni, però, il vaccino è stato oggetto di molte contestazioni e è stato accusato di una miriade di effetti collaterali che andavano dalla perdita di capelli fino alla sclerosi multipla. A tutt’oggi numerosissimi studi, supportati anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno escluso qualsiasi legame. Si può dire che questo vaccino ha il record della sicurezza.
È possibile che il vaccino sia, in qualche caso, inefficace? Sono stati segnalati virus mutanti teoricamente in grado di sfuggire alla risposta immune e di infettare persone vaccinate. Uno di questi è stato scoperto in Italia nel 1991 e si chiama in sigla G145R. Per ora la diffusione è limitata e non pone problemi agli attuali programmi di vaccinazione.

Corriere della Sera, 19 marzo 2011, Adriana Bazzi

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