DIPENDENZE E PREVENZIONE: SERVE UN CAMBIAMENTO CULTURALE

una diversa cultura sulle dipendenze da sostanza

Detto in parole semplici, per quale ragione una persona che inizia ad usare droghe e ne ricava sempre piacere e, spesso, divertimento e potenziamento di prestazioni (in stimolo o in sedazione), dovrebbe rivolgersi ad un Servizio di cura, magari dell’ambito psichiatrico, considerandosi malato, quando non lo è?

data di pubblicazione:

17 Gennaio 2023

Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento delle Dipendenze della Asl Città di Milano, si interroga sul proprio blog attorno al bisogno di maturare, dal punto di vista del pensiero oltre che dell’azione, una diversa cultura sulle dipendenze da sostanza. Riflettendo sulla propria esperienza di professionista, Gatti ritiene che vi siano ancora molti ostacoli e meccanismi di difesa, nei servizi per le dipendenze, che ostacolano una cultura della prevenzione e della cura che favorisca interventi precoci per le persone con dipendenze da sostanze.Del resto, si tratta di un limite cha affonda le proprie radici in un contesto socio-culturale più ampio, che attiene al legame fra dipendenza, piacere e colpa. Scrive Gatti:”(…) chi si occupa di cura delle dipendenze, cerca di intervenire precocemente su chi usa sostanze o ha comportamenti potenzialmente additivi, ma difficilmente ci riesce. La ragione di questa difficoltà, non è sufficientemente esplorata, altrimenti l’approccio sarebbe differente. Detto in parole semplici, per quale ragione una persona che inizia ad usare droghe e ne ricava sempre piacere e, spesso, divertimento e potenziamento di prestazioni (in stimolo o in sedazione), dovrebbe rivolgersi ad un Servizio di cura, magari dell’ambito psichiatrico, considerandosi malato, quando non lo è? Già, perché chi usa droghe (ed anche chi abbraccia comportamenti potenzialmente additivi, come il gioco d’azzardo) non è una persona forse capace di intendere, ma non di volere, come qualcuno pensa, ma un soggetto che, nel pieno possesso delle sue facoltà, cerca il piacere o, comunque, l’alterazione, ottenendo effetti che lo soddisfano o, almeno, lo fanno stare bene o meglio.

Dire che, tutto ciò, è già patologico in partenza e che, una persona “sana”, non dovrebbe ricavare soddisfazione da piaceri artificiali, dalla alterazione (includendo tutto ciò che la può dare), è una sciocchezza che non tiene conto della realtà. È quindi molto difficile che servizi che hanno una base clinica, anche molto connotata, a partire dal nome (Servizi Dipendenze – Ser.D.) possano intervenire su persone che non hanno una patologia esattamente come non è affatto “usuale”, che persone sane si rivolgano direttamente ad un oncologo, per prevenire un cancro che non hanno. Questo non significa che non possano essere strutturate azioni di approccio preventivo, così come avviene per le patologie più gravi, ma per fare ciò è necessario un percorso che è ancora da strutturare in gran parte e che non può essere sviluppato isolatamente dalle Unità di Offerta che si occupano di dipendenze”.

Affinché sia possibile un tale cambiamento, capace di esprimere efficacia sul livello della prevenzione, è prima di tutto necessario un diverso atteggiamento culturale. “Il cambiamento deve essere culturale, prima ancora che operativo. (…) Se, quindi, si vuole superare questa situazione e riuscire ad intervenire precocemente, sono necessari cambiamenti importanti che è necessario pensare, prima ancora che agire. Senz’altro costruire le condizioni in cui si possa parlare dei propri comportamenti e delle proprie azioni, anche in ambito educativo, sanitario e sociosanitario, senza esserne penalizzati, dovrebbe essere il primo passo.”

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