GIOVANI E TEMPO DI ESPOSIZIONE AI SOCIAL MEDIA

rischi e conseguenze

Il rapporto CENSIS 2021 ha registrato, in circa metà degli intervistati, un utilizzo delle tecnologie che supera le tre ore giornaliere, mentre per gli adolescenti si parla di un utilizzo dello smartphone che raggiunge ormai il 95%, tutti dati che raccontano di quanto sia aumentata l'esposizione dei giovani ai social network durante e dopo la pandemia da Covid 19.

data di pubblicazione:

10 Gennaio 2023

Nel numero di Ottobre – Novembre 2022 della rivista Pediatria, magazine online della Società Italiana di Pediatria (SIP) è possibile leggere un articolo che prende in considerazione i rischi di esposizione ai social network da parte degli adolescenti, che sono i soggetti maggiormente presenti in rete almeno come numero di ore trascorse online.

Il rapporto CENSIS 2021 ha registrato, in circa metà degli intervistati, un utilizzo delle tecnologie che supera le tre ore giornaliere, mentre per gli adolescenti si parla di un utilizzo dello smartphone che raggiunge ormai il 95%, tutti dati che raccontano di quanto sia aumentata l’esposizione dei giovani ai social network durante e dopo la pandemia da Covid 19.
Una esposizione che si porta dietro anche dei rischi, soprattutto per le modalità con cui avviene: generalmente in solitudine, con pochi strumenti per gestire la mole immensa di informazioni a cui si ha accesso e con poco monitoraggio da parte di adulti consapevoli e informati.
Con questo tipo di fruizione “(…) i ragazzi risultano più vulnerabili ai rischi del mondo digitale, con induzione a perseguire comportamenti dannosi, quali abuso di alcol o sostanze stupefacenti, ed esposizione a pericoli come il cyberbullismo e la violenza in genere”.
Ma i rischi per gli adolescenti non si limitano a questi, anche depressione, disturbi dell’alimentazione, cyberbullismo, ansia, dipendenza e problemi comportamentali sono solo alcuni rischi di una lunga lista che emerge da un’analisi della letteratura scientifica pubblicata sulla rivista “International Journal of Environmental Research and Public Health”.
Questa analisi riguarda 68 lavori scientifici condotti dal 2004 al 2022 con l’obiettivo di indagare i rischi correlati all’uso dei social media negli under 18, in particolare nel pre e post Covid-19.
In genere si tratta di disturbi correlati al tempo di utilizzo, come nel caso di cefalee e disturbi visivi e posturali, mentre per quanto riguarda l’associazione tra depressione e utilizzo dei social media, non è ancora “(…) chiaro se sia l’uso dei social media a indurre l’insorgenza di depressione in soggetti vulnerabili o se i sintomi depressivi inducano a tuffarsi di più nei social media, alimentando un circolo vizioso.
In epoca pandemica, a fronte di un drastico calo degli accessi pediatrici ai Pronto soccorso, sono cresciuti dell’84% gli accessi per patologie neuropsichiatriche. In particolare, sono aumentate addirittura del 147% le richieste di aiuto per ideazione suicidaria e depressione (+115%)”. La comunicazione digitale e quella a distanza in generale non riescono a sostituire pienamente l’empatia che si verifica negli incontri faccia a faccia, situazioni queste ultime che possono funzionare come antidoti alla depressione e all’isolamento sociale. Maggiore è il tempo passato online maggiore sono i livelli di depressione segnalati.
Un altro rischio che emerge da questa analisi riguarda le abitudini alimentari, che risultano influenzate fortemente dalle pubblicità che si trovano sui social media e che hanno un potere fortemente attrattivo sui giovani.
Si pensi alla promozione di snack, bevande gassate e a tutto il cibo definito genericamente “spazzatura” che non va sottovalutata per la sua grande pervasività nella vita dei più giovani. Inoltre “(…) le restrizioni per contenere il virus, in particolare il lockdown, insieme all’utilizzo crescente di dispositivi elettronici non hanno fatto altro che intensificare l’esposizione dei minori alla pubblicità on line e ai messaggi dell’industria alimentare, con il conseguente rischio di “covibesity”, termine coniato per indicare proprio l’incremento dei tassi di obesità secondario alla pandemia”.

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