PANICO, DROGHE E PERCEZIONE DEL PERICOLO-DROGA IN ITALIA

data di pubblicazione:

17 Ottobre 2022

Un approfondito articolo della storica Vanessa Roghi sul quotidiano Domani fa il punto su una questione centrale, ma poco indagata: sul fenomeno droga, vista in prosettiva storica, quanto percezione e realtà coincidono o divergono? Se si adotta una prospettiva storica e critica, è agevole dimostrare che spesso la percezione dell’opinione pubblica sul fenomeno non coincida con i dati e le statistiche sulla diffusione delle sostanze, sui decessi droga-correlati, sul numero di assistiti, sulla normativa in vigore ecc ecc.. Entrano in gioco vari fattori ed elementi esterni alla questione droga, sulla quale si riflettono in modo forte aspetti e convinzione etiche, politiche, filosofiche. Un dato su tutti dimostra quanto percezione e realtà spesso non vadano di pari passo: è convinzione diffusa che il picco di mortalità droga-correlato sia avvenuto negli anni ’80, quando invece si è registrato nel 1996. “I dati diffusi nei tardi anni Ottanta fanno da architrave a un vero e proprio cambio di paradigma: dagli Stati Uniti, infatti, abbracciato dal leader socialista Bettino Craxi, sta arrivando il reaganiano del Just say no. Basta dire di no. Se ti droghi e muori è colpa tua, basta dire di no. Per questo il drogato deve essere punito, perché non ha detto di no. Il parlamento inizia a rivedere la legislazione sulle droghe: si staglia all’orizzonte, malgrado l’opposizione del Pci e di parte della Dc, nonché ovviamente del Partito Radicale da sempre in prima linea nelle battaglie antiproibizioniste, la famigerata legge Vassalli Jervolino, che reintroduce il principio di punibilità di chi fa uso di sostanze, un principio eliminato nel 1975.

Il dato diffuso adesso è quotidianamente, il numero dei “caduti”, la metafora della droga come di una guerra in atto, sposta progressivamente l’opinione pubblica su posizioni punitive. Si fanno largo nell’immaginario collettivo figure di moderni santi-guaritori come quelle di Vincenzo Muccioli o don Pierino Gelmini, entrambi fautori di posizioni proibizioniste. Una volta ottenuta la legge del 1990, l’eroina, come problema sociale, inizia a scomparire dai radar dell’informazione, entra in scena la “pasticca”, la nuova ossessione del decennio, chi muore di overdose è un residuo degli anni Ottanta. Ma nel 1996 si hanno 1556 morti per overdose, una cifra mai raggiunta prima (né dopo). Chiedete a chiunque: quando c’è stato il massimo picco di morti per eroina in Italia? Tutti, nessuno escluso, risponderà: negli anni Ottanta. Ancora una volta dati e percezione della realtà non vanno di pari passo.

Nel 1986 i cittadini degli Stati Uniti sono convinti che le droghe stiano invadendo la nazione come una “peste bianca”. Eppure, in base ai dati governativi, il consumo di eroina, ma anche di cocaina, tra il 1979 e il 1985 è diminuito di circa il 12 per cento. Questa tendenza continuerà per tutto il decennio fino ai primi anni Novanta, come riportano i dati raccolti ogni quattro anni dal Nida (National institute of drug abuse). Perché, allora, si sono chiesti gli studiosi del fenomeno, gli americani hanno creduto che il consumo di “droga” fosse in aumento quando le prove disponibili suggerivano il contrario? Nel 1990 Pino Arlacchi scrive «il campo delle opinioni sul problema della droga è largamente dominato in Italia come altrove, da ciò che si potrebbe chiamare “il sapere intuitivo”: da quell’insieme di valutazioni basate sul senso comune, ma che tutti reputano ben ponderate, circa una serie di intricate questioni quali le “ragioni che spingono i giovani alla tossicodipendenza”, le dimensioni dell’economia e dei profitti clandestini, le responsabilità della criminalità organizzata, il “che fare” per risolvere, ridimensionare o semplicemente convivere col problema». Il sapere intuitivo è guidato da opzioni di volta in volta morali o politiche e niente ha a che vedere con la complessa realtà dei fatti. Il fatto che il numero dei morti per overdose nell’Italia dei primi anni Novanta aumenti in modo così visibile dovrebbe far ragionare sull’impianto normativo, sulla sua applicazione. Eppure, quando si tornerà a mettere mano alla legge, nel 2006, i provvedimenti seguiranno la stessa logica punitiva, evidentemente fallimentare.”

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