FASE 2 E COMUNITA’ TERAPEUTICHE: I TANTI PROBLEMI ANCORA APERTI

La sociologa Anna Paola Lacatena, in un articolo per il Quotidiano della Sanità, affronta il tema della fase 2 post Covid-19 per le Comunità Terapeutiche, osservando la lentezza e l’indecisione ai fini della piena ripresa operativa. A oggi, infatti, molte attività essenziali, come i nuovi ingressi o le visite dei parenti, sono ancora bloccate e mancano precise indicazioni sul futuro prossimo. In particolare, secondo Lacatena, sono insoddisfacenti e farraginose le procedure previste per il periodo di quarantena pre-ingresso di nuovi utenti nelle strutture, cosa che sta anche determinando gravi problemi finanziari alle strutture stesse.

A proposito di cura, rivolgendo le sguardo al territorio nazionale, una questione resta ad oggi senza risposta. Se infatti, sia pur in maniera farraginosa i Servizi per le Dipendenze (Ser.D.) hanno ripreso quasi completamente le proprie consuete attività, la campagna “Mai più invisibili”, promossa dalle principali Reti del privato sociale e dalle Comunità terapeutiche (lanciata proprio il 26 giugno 2020), intende sollecitare l’attenzione dei decisori sulle criticità affrontate e ancora da affrontare dal Privato sociale al cospetto delle limitazioni imposte dalla pandemia da Coronavirus. Nonostante il profondo senso di responsabilità dimostrato nel corso di questi mesi, evidenziato anche dall’assenza di contagi all’interno delle strutture in tutta Italia, come altre strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, le Comunità Terapeutiche per tossicodipendenti restano chiuse alla possibilità di nuovi ingressi, di verifiche a casa, di visite (se non strettamente contingentate) da parte dei congiunti.
Non ci sono direttive specifiche, non ci sono state e non ci sono dispositivi di protezione per gli operatori e gli ospiti (ogni realtà si è dovuta dotare per proprio conto e contando su risorse proprie), strumenti anche economici per fronteggiare l’inatteso.   Sono trascorse le settimane, si sono susseguiti i DPCM e rincorse le circolari regionali, alla fine del mese di giugno 2020, le Comunità terapeutiche per tossicodipendenti sembrano ferme alla fase 1. Tutto resta chiuso. (…) Sono decenni che il settore attende l’accreditamento ufficiale e se questo ha potuto rappresentare per qualcuno la possibilità di navigare a vista in assenza di precisi riferimenti normativi (strutturali e funzionali), oggi l’intero sistema (i pazienti probabilmente già da decenni) paga la mancata realizzazione (e il conseguente mancato riconoscimento) di modelli altamente professionalizzati. In sintesi, e per quanto riguarda lo specifico settore, alla fine di giugno 2020 l’onere/competenza per l’effettuazione dei tamponi è passato in molte realtà, compresa la Puglia, dai DP ai DDP. Il nebuloso iter per l’accesso, però, resta lo stesso: tampone a cura del DDP;14 gg di quarantena presso la C.T. con spazio autorizzato da DP; tampone a cura del DDP; ingresso a tutti gli effetti nel gruppo C.T. Nella realtà: molti DDP sono ancora sprovvisti di quanto necessario per i tamponi, le CC.TT. propongono spazi per la quarantena non autorizzati, i sopralluoghi da parte del DP retano inevasi. Nel frattempo, le CC.TT. spingono per la soluzione della questione.
Non ci sono ingressi “concordati” dall’inizio di marzo e questo significa impossibilità in tempi brevi di tenere in vita le Strutture. (…) Da qui la personale (opinabile quando non del tutto trascurabile) proposta di chi scrive: – tampone effettuato dal DDP Ser.D. di appartenenza; -14 giorni di isolamento con autocertificazione (pratica ampiamente diffusa) da parte dell’ospite e della Struttura disponibile all’accoglienza, ciascuno per la propria responsabilità; – tampone del DDP Ser.D. su cui ricade la competenza territoriale della Struttura che vorrebbe accogliere il nuovo ospite. (…) Messi a dura prova dal lockdown e dalle misure di distanziamento Ser.D., Centri bassa soglia e Servizi diurni (poche altre realtà della care hanno la stessa imprescindibile necessità di lavorare per la persona in presenza della persona), bloccati i nuovi ingressi nelle comunità (di tutte le tipologie), annullati buona parte dei progetti di prevenzione e riduzione del danno (già ridotti dalla miopia di chi ha inserito la voce nei LEA, Livelli Essenziali di Assistenza, senza finanziarli), in stallo da anni la legge sugli stupefacenti, in itinere quella sull’accreditamento delle strutture di cura e riabilitazione per tossicodipendenti in molte realtà regionali, il rischio è quello di consegnare la vittoria al consumo di sostanze senza neanche poter giocare la partita.
Le restrizioni alla mobilità, la chiusura delle frontiere, l’accentuarsi dei controlli alle stesse hanno determinato solo limitatamente, infatti, un calo dei consumi, innalzando per contro i costi e determinando un calo della purezza. La crisi economica, la disoccupazione crescente, i disagi psicologi e sociali indotti dalla pandemia difficilmente (vedi crisi del 2008) riusciranno ad eludere una ricaduta (al rialzo), nel breve e medio tempo, sul consumo di stupefacenti. Sebbene quest’ultimo sia in tutta evidenza una pratica trasversale per fasce di età, cultura e reddito, la periferia resta, culturalmente e non logisticamente, la sua consueta e condivisa allocazione. La periferia dell’elenco delle malattie ritenute tali, la periferia dell’agenda politica, la periferia delle emergenze che chiedono risposte. Peccato che, come per qualsiasi scala, l’ultimo livello (soprattutto il consumo tra giovani e giovanissimi) sia anche quello sulla cui tenuta strutturale dovrebbe investire attenzione e cura tutto il resto.

 

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