SOSTANZE PSICHEDELICHE TRA RICERCA CLINICA E TABU’

Continuiamo l’approfondimento sulle sostanze psichedeliche con la sintesi di una lunga e articolata intervista a Giorgio Samoriniricercatore specializzato sui funghi e sulle piante psicoattive, di cui è considerato fra i massimi esperti mondiali, presidente della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza e autore di numerosi saggi e volumi su questi temi. Samorini ritiene che negli ultimi anni l’uso non medico di varie piante e sostanze psichedeliche, anche in ambienti professionali e di ricerca (vedi la Silicon Valley) abbia in parte “sdoganato” la loro immagine presso l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori, dopo più di 50 anni di rimozione, di silenzi e di divieti. La parziale rivalutazione delle potenzialità terapeutiche degli psichedelici ha aperto (o meglio riaperto) negli ultimi anni interessanti sentieri di ricerca e di cura: dalle sperimentazioni terapeutiche di ketamina e psilocibina contro la depressione al trattamento delle dipendenze patologiche (alcolisti, eroinomani, cocainomani, tabagisti) mediante iboga, ayahuasca, psilocibina, ketamina.

Molteplici sono i disturbi e le patologie su cui sono in atto sperimentazioni terapeutiche che utilizzano sostanze psichedeliche: “Un altro target terapeutico riguarda il disturbo da stress post-traumatico, molto diffuso nelle aree geografiche coinvolte dalle guerre e nella popolazione vittima di torture, stupri e altre violenze fisiche e psicologiche; per questi casi la sostanza più indicata non riguarda un vero e proprio psichedelico, bensì il famoso empatogeno MDMA, altrimenti noto come “ecstasy”. Pure la ketamina sta offrendo risultati interessati per questo disturbo psichiatrico (…) Un ulteriore target terapeutico, che fu utilizzato negli anni ’50-’60 del secolo scorso e che è stato recentemente rivalutato, soprattutto nella clinica oncologica, riguarda il trattamento dei forti stati ansiosi e di depressione di cui è vittima una buona parte degli individui che si trovano nell’ultima fase della loro vita a causa di una malattia incurabile. In questi casi lo psichedelico più indicato parrebbe essere la psilocibina, tenendo conto del fatto che non viene somministrata per trattare la causa che sta portando alla morte l’individuo, bensì per trattare i disturbi psichici indotti dalla consapevolezza del sopraggiungere della propria morte, in definitiva per trasformare il terrore della Nera Signora in una più serena accettazione della sua ineluttabilità (…) Le potenzialità terapeutiche degli psichedelici non si esauriscono ai soli disturbi mentali, e numerose evidenze aneddotiche e pre-cliniche suggeriscono un’efficacia anche nelle malattie neurodegenerative e in alcuni tipi di tumore (ayahuasca) e in alcuni tipi di emicranie (psilocibina, LSD).”.

Samorini afferma che la moderna ricerca clinica sugli psichedelici potrebbe aumentare l’accettazione sociale verso l’uso non medico e, in prospettiva, a sperimentazioni legate agli stati alterati di coscienza  e  all’utilizzo di sostanze psichedeliche come strumento di comprensione della coscienza umana: “Riguardo il concetto di “medicina psichedelica”, ho l’impressione che queste sostanze stiano percorrendo la medesima strada aperta dalla Cannabis, per la quale, dopo decenni di “formazione” a-scientifica, il riconoscimento sociale della sua utilità medica sta aprendo la strada verso l’accettazione sociale del suo impiego “non medico”. Con la differenza che l’LSD, i funghi psilocibinici e l’ayahuasca hanno bassa tossicità fisica e nessun potenziale additivo – basti osservare il loro moderno impiego per la disassuefazione dall’alcol, cocaina, eroina, tabacco, in qualità di “droghe che curano i drogati”. È dunque presumibile che arriverà un giorno, già scrutabile all’orizzonte, di rivalutazione degli psichedelici non solo come medicine, ma per quelle proprietà “rivelatrici della mente” e induttrici di consapevolezza per le quali da millenni l’uomo ne fa uso, e che furono riscoperte dalla occidentale “generazione sixties”, così barbaramente disillusa dalle mitomanie di un Timothy Leary e dai deliri criminali di un Charles Manson”.

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