GIOCO D’AZZARDO – IL DIVIETO DI PUBBLICITA’ E SPONSORIZZAZIONI

Dallo scorso 15 luglio il divieto di pubblicizzare giochi e scommesse è diventato ufficiale per tutti. A un anno dall’entrata in vigore del Decreto Dignità, che con l’articolo 9 si proponeva di contrastare la ludopatia, anche le ultime deroghe concesse da un emendamento alla manovra ai contratti ancora in essere sono scadute.
Vietata, quindi, qualsiasi forma di sponsorizzazione “di eventi, attività, manifestazioni, programmi, prodotti o servizi” e “tutte le altre forme di comunicazione di contenuto promozionale, comprese le citazioni visive e acustiche e la sovraimpressione del nome, marchio, simboli, attività o prodotti la cui pubblicità”.

Numerose le perplessità emerse in questi mesi di transizione, soprattutto da parte degli operatori del settore che si sono rivolti all’Autorità garante per le Comunicazioni. L’Agcom ha risposto emanando linee guida che non cambiano la natura del provvedimento ma prevedono alcune eccezioni al divieto. Nel mirino anche le società sportive che perdono così i finanziamenti dell’industria del gaming che, soltanto per Serie A di calcio, si stima valessero intorno ai 35 milioni di euro l’anno.
Ma vediamo nel dettaglio quali pubblicità sono sparite.

Il decreto legge: salve le “lotterie differite nazionali”

Secondo il testo dell’articolo 9 del provvedimento firmato dal vicepremier Luigi Di Maio, entrato in vigore il 14 luglio 2018 e convertito in legge il successivo 7 agosto, qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi e scommesse, è vietata.
Per chi non rispetta la legge è prevista una multa pari al 20% del valore della sponsorizzazione (o della pubblicità) e comunque non inferiore ai 50mila euro per ogni violazione. Una norma che doveva essere estesa dal 1° gennaio 2019 anche alle sponsorizzazioni, ma che l’emendamento “milleproroghe” di fine 2018 ha fatto slittare di qualche mese.
Restano escluse le “lotterie nazionali a estrazione differita”, cioè i giochi ad estrazione che prevedono una vincita non immediata come ad esempio la Lotteria Italia, o il SuperEnalotto. Nessuna specificazione nel testo per quanto riguarda insegne e informazioni relative al gioco.

A fornire un quadro più dettagliato del provvedimento, scarno e lacunoso secondo molti operatori del settore, ci ha pensato l’Autorità garante per le comunicazioni che lo scorso aprile ha redatto le linee guida per l’applicazione dell’articolo 9 del decreto. Legittime le insegne fuori dai negozi e anche il posizionamento sui motori di ricerca per gli operatori di gioco.
Secondo il testo del garante, inoltre, “non rientrano nell’ambito di applicazione della norma le comunicazioni di mero carattere informativo fornite dagli operatori di gioco legale”, vale a dire le informazioni nei locali di gioco riguardanti quote, jackpot, probabilità di vincita, puntate minime ed eventuali bonus, “purché effettuate nel rispetto dei principi di continenza, non ingannevolezza, trasparenza nonché assenza di enfasi promozionale”.
Leciti anche i servizi informativi che comparano quote o offerte commerciali dei diversi competitor. Quindi, ad esempio, bookmaker sono consentiti i cosiddetti “spazi quote”, cioè “rubriche ospitate dai programmi televisivi o web sportivi che indicano le quote offerte dai”. Anche i loghi dei giochi e il riferimento alla possibilità di giochi sulle vetrine di tabaccai e negozi che li offrono sono consentiti, così come l’esposizione delle vincite realizzate presso l’esercizio commerciale “tali da non configurare una forma di induzione al gioco a pagamento”.
Via libera, secondo l’Autorità, anche all’organizzazione di fiere sul gioco a pagamento destinate ai soli operatori di settore e le campagne informative sui giochi “vietati in senso assoluto” e su quelli “ammessi ma proibiti per i minori”, ma anche quelle “sui fattori di rischio a cui sono esposti i giocatori denominati ‘problematici’, sui valori legati al gioco legale e di informativa sul gioco legale e sui rischi dell’usura connessi al gioco patologico”. Infine, anche la televendita, se non finalizzata alla promozione del gioco ma solo alla conclusione del contratto di gioco, è consentita.

Le linee guida Agcom: cosa è vietato

Il gioco sparisce dai giornali, dalla tv generalista e dalle pay-tv, ma anche dalle maglie dei giocatori, dalle manifestazioni culturali, sportive e di ogni altro genere. Come specifica il documento dell’Autorità, però, oltre alle tradizionali forme di pubblicità, vanno considerate comunicazioni commerciali vietate anche il product placement, cioè la pubblicità indiretta, come ad esempio l’inserimento di un prodotto ai fini commerciali in una serie televisiva, la distribuzione di gadget brandizzati dei prodotti di gioco, l’organizzazione di eventi con premi costituiti da prodotti brandizzati e la pubblicità redazionale.
Toccato dalla norma anche il mondo dei social, in particolare quello degli “influencer”, anche alle star di Instagram è vietata la sponsorizzazione, diretta o indiretta, dei giochi. Stop inoltre alle comunicazioni commerciali, anche se con consenso preventivo dell’utente.

La perplessità degli operatori del settore

Nei mesi di transizione, dall’entrata in vigore del Decreto legge alla sua effettiva attuazione, sono stati molti i dubbi degli attori che operano nel settore del gioco. Una prima perplessità, evidenziata durante diverse audizioni con l’Agcom, è stata la natura contraddittoria del provvedimento rispetto alle norme già presenti in Italia.
Da un lato, infatti, lamentano gli operatori, viene consentita l’attività di offerta del gioco a pagamento, sottoposta a regime concessorio, ma dall’altro viene vietata qualsiasi forma di comunicazione commerciale relativa. Una pubblicità che, sempre in sede di audizione, tutti gli operatori hanno detto essere “imprescindibile” e il cui divieto “comporterebbe un ostacolo, in molti casi insuperabile, all’esercizio dell’attività di offerta del gioco a pagamento”.
A preoccupare è anche il rischio che la mancanza di un’adeguata comunicazione al giocatore “renda più difficile distinguere l’offerta di gioco legale da quella illegale” che, secondo le statistiche, è la forma di gioco in cui “si manifestano i principali fenomeni di gioco patologico e di usura”.

Di fatto, secondo gli operatori, il divieto favorirebbe il mercato illegale e penalizzerebbe il legale, con una conseguente perdita per tutto il settore. Una riduzione delle entrate che, secondo gli esperti, toccherebbe anche le casse dello Stato, alle quali verrebbero a mancare ogni anno circa 150 milioni di euro.

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