STATUS LEGALE E PERICOLOSITA’ DELLA CANNABIS

Un interessante contributo di Paolo Nencini, Unitelma Sapienza, Università degli Studi di Roma, affronta il tema, di grande attualità, dello status legale della cannabis rispetto, anche, alla conoscenza degli effetti a breve e a lungo termine dei consumi di cannabis. In altri termini, la domanda a cui prova a rispondere Nencini è: sulla base delle ricerche e delle indagini disponibili, è opportuno o meno rivedere lo statuto legale della cannabis? Nencini mette subito in evidenza che il proibizionismo non ha affatto funzionato per prevenire o per ridurre l’uso di cannabis, la cui prevalenza in Italia si attesta da decenni su livelli molto alti. Inoltre, il proibiziosmo si è rilevato impotente nel contrastare l’aumento di potenza della cannabis. “Né l’attuale regime giuridico ha impedito che nell’ultimo decennio il contenuto in THC della cannabis presente nel mercato illegale europeo raddoppiasse: fatta cento la potenza in termini di percentuale in THC nel 2007, nel 2017 si era raggiunto infatti il livello di 211 (p.23)”.

Ciò premesso, Nencini si pone il cruciale interrogativo sulla opportunità, sul piano etico, di una eventuale legalizzazione/liberalizzazione della cannabis. Collegato a ciò, ci si domanda quale possa essere la migliore strategia, nel caso di un cambiamento dello statuto legale della cannabis, per ridurre al minimo i consumi problematici e la dipendenza: “Non pochi hanno considerato i tentativi di gestione flessibile a livello nazionale dell’uso voluttuario di cannabis come il risultato dello spregiudicato sfruttamento ai fini fiscali di un comportamento insalubre. In effetti i profitti resi dal traffico illegale della cannabis sono di dimensioni cospicue e pur limitandosi al solo confine tra Messico e Stati Uniti si ritiene che esso frutti circa 2 miliardi dollari all’anno ai cartelli messicani, appena un po’ meno della cocaina, i cui profitti ammonterebbero a 2.4 miliardi (Csete J. et al., 2016). Tenuto conto della prassi secolare di tassare i “vizi” dei cittadini, è normale che gli stati inclini al pragmatismo cerchino di far emergere una tale massa di profitti in favore dei propri bilanci. A tal proposito sarebbe bene tenere a mente ciò che avvenne nel diciassettesimo secolo con il tabacco, il caffè e gli alcolici (…) L’insegnamento che possiamo trarre dal tabacco e dalle bevande alcoliche è che, pur in condizioni di legalizzazione, è possibile plasmare il comportamento dei consumatori, incoraggiando l’astinenza o il consumo sobrio; anzi, v’è da chiedersi se forse non sia la migliore strategia per favorire questi cambiamenti.

Tornando alla cannabis, è ormai chiaro che si sta consolidando una tendenza verso la legalizzazione del suo uso voluttuario e quindi, come è stato osservato (Caulkins, 2016), più che discutere se questa sia una buona idea, sarebbe il caso di stabilire quale sia il modo migliore di metterla in atto, tenuto conto che, proprio perché si tratta di legalizzazione e non di liberalizzazione, non può consistere in una alternativa secca tra commercializzazione e proibizione. Tra i vari problemi sollevati, forse il più serio, almeno in questa sede, consiste nel fatto che gli adulti che usano cannabis meno di dieci volte al mese e che quindi non presentano una condizione di abuso o dipendenza, pur essendo la maggioranza, consumano meno del 5% del totale, mentre più del 50% è consumato da una relativamente piccola minoranza (Caulkins, 2016). Come risponderanno questi forti consumatori ad una commercializzazione della cannabis tale da ridurne presumibilmente il prezzo? Non sarebbe forse meglio creare un regime di monopolio che permetta la stabilità dei prezzi e delle concentrazioni di THC?“.

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