la realtà virtuale produce effetti simili alle droghe?

Lo studio apre prospettive interessanti per la psicoterapia digitale e per il trattamento di disturbi mentali come depressione resistente o disturbo da stress post-traumatico

lo studio ha mostrato che la realtà virtuale può produrre effetti fisiologici e mentali prossimi agli effetti di alcune sostanze psichedeliche

data di pubblicazione:

25 Ottobre 2025

La realtà virtuale produce effetti simili alle droghe? Questo l’importante spunto che emerge dai risultati di una ricerca italiana sulla realtà virtuale e sulle esperienze immersive, i cui effetti sembrerebbero prossimi ad alcuni effetti prodotti da sostanze psichedeliche come psilocibina e Lsd, come riportato da un articolo pubblicato su Sanità informazione.

“La realtà virtuale non è più soltanto uno strumento di intrattenimento o formazione. Un nuovo studio condotto dall’Università Cattolica di Milano, pubblicato sulla rivista Dialogues in Clinical Neuroscience, mostra che esperienze immersive progettate per indurre percezioni visive “allucinate” possono generare effetti cognitivi ed emotivi simili a quelli prodotti da sostanze psichedeliche come psilocibina e Lsd.

Secondo i ricercatori, guidati da Giuseppe Riva, direttore dello Humane Technology Lab dell’ateneo, questo tipo di esperienze – definite “cyberdeliche” – modificano temporaneamente il modo in cui il cervello elabora le informazioni, potenziando creatività, flessibilità cognitiva e introspezione.

“Abbiamo dimostrato per la prima volta che la realtà virtuale può replicare alcuni effetti positivi tipicamente associati all’uso di sostanze psicotrope – spiega Riva –. In particolare, osserviamo un incremento della flessibilità cognitiva e della creatività. Resta da chiarire se tali effetti siano davvero comparabili, sul piano neurobiologico, a quelli prodotti da composti come la psilocibina o l’Lsd. Ma la strada è promettente e merita ulteriori approfondimenti”.

Nello studio, intitolato “Cyberdelics: Virtual reality hallucinations modulate cognitive-affective processes”, un gruppo di 50 volontari sani è stato esposto a due esperienze immersive di realtà virtuale, ciascuna della durata di 10 minuti. La prima, di tipo neutro, consisteva in un video di rilassamento intitolato The Secret Garden.

La seconda, invece, era la stessa esperienza visiva ma elaborata con l’algoritmo Google DeepDream, capace di generare distorsioni percettive e allucinazioni visive simili a quelle indotte da sostanze psichedeliche.

Durante l’esperimento, i partecipanti sono stati sottoposti a una serie di test cognitivi ed emotivi per valutare creatività, flessibilità cognitiva, ansia, emozioni e attività fisiologica. Le misurazioni hanno mostrato che, dopo l’esperienza “allucinata”, i soggetti ottenevano punteggi più alti nei test di pensiero divergente e controllo cognitivo, segno di una mente più “flessibile” e capace di esplorare nuove connessioni semantiche.

L’esperienza “allucinata” ha suscitato emozioni più intense e uno stato di “flusso” profondo, simile a quello che si osserva durante esperienze altamente coinvolgenti o creative. I partecipanti hanno riferito una percezione alterata del tempo, maggiore consapevolezza del corpo e un senso di connessione con l’ambiente virtuale.

A livello fisiologico, la realtà virtuale ha ridotto la frequenza cardiaca e l’attività del sistema simpatico, suggerendo un effetto calmante, pur accompagnato da un coinvolgimento emotivo più marcato rispetto alla condizione neutra. “Le esperienze immersive di questo tipo – spiega Riva – potrebbero un giorno essere utilizzate per favorire la creatività, ridurre l’ansia o promuovere il benessere mentale in contesti terapeutici controllati. Ma è necessario approfondire i meccanismi neurobiologici e verificare gli effetti nel tempo”.

Lo studio apre prospettive interessanti per la psicoterapia digitale e per il trattamento di disturbi mentali come depressione resistente o disturbo da stress post-traumatico, dove le sostanze psichedeliche hanno mostrato risultati incoraggianti in contesti sperimentali, ma non sono ancora approvate per uso clinico di routine.

Gli autori sottolineano tuttavia che i risultati riguardano giovani adulti sani, e che non si può ancora parlare di equivalenza tra esperienze virtuali e stati psichedelici indotti da farmaci. La realtà virtuale, però, potrebbe rappresentare un laboratorio sicuro per esplorare stati modificati di coscienza, fornendo un’alternativa priva di rischi farmacologici e più facilmente gestibile in ambito clinico”.

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