UN NUOVO MODELLO ORGANIZZATIVO PER LA SALUTE IN CARCERE

per una sanità penitenziaria efficiente servono Unità Operative aziendali multifunzionali e multiprofessionali

raggiunti anche risultati positivi: l’HCV è stato eliminato in diversi penitenziari, mentre gli screening per l’HIV hanno consentito di avviare i relativi trattamenti

data di pubblicazione:

19 Dicembre 2023

Un nuovo modello organizzativo per la salute in carcere. Questo l’auspicio di Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria – SIMSPe -, al XXIV Congresso Nazionale – Agorà Penitenziaria, il 20-21 novembre a Napoli, presso la Sala del Lazzaretto – Ex Ospedale della Pace.

Il 2022 è stato anno record per il numero di suicidi (84), mentre nel 2023, a metà novembre, sono già 62 le persone che si sono tolte la vita in carcere, collocando anche quest’anno tra quelli con il dato più elevato. Per quanto riguarda la salute mentale, secondo dati recenti, sono significative le percentuali di coloro che nelle carceri italiane assumono sedativi, ipnotici o stabilizzanti dell’umore, anche se il numero di diagnosi psichiatriche gravi resta limitato.

A questo si aggiunge il tema della tossicodipendenza.  “Tra i detenuti riscontriamo un tasso di tossicodipendenza sempre più elevato – sottolinea Antonio Maria Pagano, Presidente SIMSPe, Dirigente Medico Psichiatra Responsabile UOSD Tutela Salute Adulti e Minori Area Penale presso ASL Salerno – Si stima che, considerando anche il sommerso, oltre il 60% dei detenuti faccia uso di stupefacenti, mentre prima del COVID non si arrivava al 50%”.

Tra le principali difficoltà nella gestione del diritto alla salute nelle carceri italiane, dove ogni anno transitano oltre 100mila persone, vi è una situazione operativa di grande difficoltà e frammentazione sull’intero territorio nazionale. Per questo SIMSPe propone Unità Operative aziendali di Sanità Penitenziaria, dotate di autonomia organizzativa e gestionale, multifunzionali e multiprofessionali.

“In Italia, l’assistenza sanitaria penitenziaria non è univoca ed è parcellizzata tra tanti servizi, nonostante rappresenti uno degli ultimi presidi di sanità pubblica – evidenzia Antonio Pagano – Per molti detenuti che provengono da situazioni di svantaggio sociale, infatti, il carcere è il primo contatto con il SSN.

Ma per una sanità penitenziaria efficiente servono Unità Operative aziendali multifunzionali e multiprofessionali cui siano assegnati tutti i professionisti che abbiano esclusivo compito di assistenza nei confronti delle persone private della libertà”.

“I risultati ottenuti in ambito infettivologico sono stati realizzati grazie a importanti progetti come ROSE – Rete dOnne SimspE, che ha affrontato le infezioni da HIV e da Epatite C nelle donne detenute – sottolinea il Prof. Sergio Babudieri, Direttore Scientifico SIMSPe – L’HCV è stato eliminato in diversi penitenziari, mentre gli screening per l’HIV hanno consentito di avviare i relativi trattamenti.

I dati sono significativi: se vent’anni fa in carcere la prevalenza di HIV era del 20%, oggi è appena l’1% e sono quasi tutti in terapia, riducendo anche il rischio di contagio. Tuttavia, negli ultimi anni abbiamo riscontrato un aumento delle infezioni da HIV in cui incorre la popolazione migrante una volta giunta sul territorio italiano a causa delle precarie condizioni igienico-sanitarie a cui è costretta. L’auspicio è quello di ottimizzare il momento di detenzione per favorire screening e trattamenti per persone che accedono con maggiore difficoltà ai servizi di cura e assistenza”.

La realtà penitenziaria rappresenta un setting particolare per intervenire con screening per HIV, Epatite C, Tubercolosi su uno dei principali serbatoi di queste patologie – sottolinea Roberto Parrella, Vicepresidente della SIMIT – Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, Direttore UOC Malattie Infettive ad indirizzo respiratorio AORN Ospedali dei Colli “Monaldi-Cotugno-CTO” Napoli – Il momento della detenzione può essere determinante per effettuare screening diffusi, seguiti da immediati avvii al trattamento”.

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