MAGISTRATURA DEMOCRATICA PER UNA RIFORMA DELLA LEGISLAZIONE ANTIDROGA

data di pubblicazione:

22 Novembre 2019

Un editoriale sul sito di Questione Giustizia, l’organo ufficiale di Magistratura Democratica, prende posizione in materia di politiche antidroga, sollevando la necessità di un riesame critico dei costi umani della attuale legislazione e la proposta di un nuovo impianto normativa che superi il proibizionismo. In particolare, la direzione di riforma auspicata è una depenalizzazione delle condotte di lieve entità e del consumo di cannabis. Magistratura Democratica ritiene importante che si riapra nel nostro paese una approfondita discussione publica su questi temi e, nelle righe finali del documento, suggerisce una mobilitazione culturale del mondo giuridico, insieme ai settori della società civile già impegnati, per un cambiamento della legislazione.

Di seguito stralci del documento, per la cui versione integrale è indicato il link in fondo ala pagina. “Sono passati ormai trent’anni dalla prima legge radicalmente proibizionista, la Iervolino-Vassalli del 1990, ma la war on drugs nel nostro Paese non ha conosciuto tregue, almeno sino ad epoca recente. Il salto di qualità in senso repressivo si è avuto con la legge Fini-Giovanardi (49/2006): equiparazione tra droghe pesanti e droghe leggere, inasprimenti repressivi, affievolimento della distinzione tra tossicodipendente, consumatore e spacciatore.

Nonostante le critiche di giudici e giuristi e il prezzo pagato in termini di sovraffollamento carcerario (ben due sentenze di condanna della Corte di Strasburgo) è stato necessario attendere la Corte costituzionale del 2014 per bocciare l’equiparazione tra droghe leggere e pesanti e i decreti legge del 2013 e 2014 per trasformare il “fatto di lieve entità” da circostanza attenuante speciale a reato autonomo.

Occorre, dunque, una mobilitazione culturale del mondo giuridico, insieme ai settori della società da sempre impegnati su questi temi, per ragionare su un ventaglio di strategie diverse da quella unicamente repressiva e per imboccare vie finalmente ancorate all’etica dell’efficacia e alla necessità di cura delle persone e delle relazioni sociali.

Ma tutto questo è ancora poco. Una ricerca promossa dal Garante della Regione Toscana delle persone private libertà, in collaborazione con la fondazione Michelucci, e la decima edizione del Libro bianco sulle droghe servono a chiarire il senso di questa affermazione. L’Italia, con il suo 31% di detenuti ristretti per violazione delle leggi sulla droga, continua a essere il Paese del Consiglio d’Europa con il più alto numero di condannati in via definitiva per reati di droga. Un processo su due per droga si conclude con condanna a pena detentiva, rispetto agli uno su dieci nel campo dei reati contro la persona. Tanti (troppi) sono i condannati per fatti di lieve entità che finiscono nelle galere e ogni alternativa terapeutica (peraltro incoerentemente praticata) è rimandata al “dopo”, all’esecuzione penale. Anche le scelte giurisprudenziali in tema di cannabis light – aggiungiamo –, a partire dalle prime interpretazione della sentenza a Sezioni Unite (2019/30475), stanno lì a dimostrare che il paradigma repressivo è più che mai attuale.

Le vicende di cronaca, però, rendono ormai plastico il fallimento di questa strategia. Il proibizionismo indiscriminato ha di fatto rafforzato il mercato gestito dalle mafie, aumentato le occasioni di approccio alle sostanze, favorito la criminalizzazione secondaria del tossicodipendente, aperto le strade delle città alla violenza e rallentato ogni strategia terapeutica e di riduzione del danno”.

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