DROGHE E SOMMERSO: LA NUOVA SFIDA PER I SERVIZI

data di pubblicazione:

9 Febbraio 2019

Pino Fusari, responsabile della comunità terapeutica “Sentiero Speranza” di Biancavilla (CT), in un articolo pubblicato sul blog del SITD, affronta alcuni temi chiave in cui il sistema dei servizi sulle dipendenze è implicato. Secondo Fusari è necessaria una maggiore attenzione a ciò che non si definisce e non si manifesta attraverso uso patologico di sostanze, cioè al mondo dei consumi più o meno “controllati”, al sommerso, che così definisce: “(…) il sommerso, che conta quanto l’emerso, è fatto di persone che convivono con le droghe, con gli usi e costumi odierni, con i comportamenti di dipendenza di abuso e di uso, organizzando le proprie vite nei modi più disparati, o più funzionali a vivere come gli pare”. Per Fusari finora vi è stata poca attenzione alle esperienze di uso non patologico di sostanze, anche per i problemi a livello di ricerca scientifica, per la limitatezza dei paradigmi con cui si è inquadrata la questione “dipendenze”, per la mancanza di comunicazione e di scambio fra database provenienti da fonti diverse, per le carenze formative e di risorse. “Le droghe hanno attraversato la vita di milioni di persone, ci sono rimaste, hanno rappresentato risorsa e limite, e molto spesso le persone non hanno pensato di avere un problema ed ancora meno hanno pensato di avere bisogno di qualcuno che li aiutasse professionalmente.
La ricerca intorno alle persone che usano sostanze ha molti passi da fare poiché dal punto di vista della clinica non ci sono profili formativi (universitari) che preparino alle persone con sostanze, solo la clinica applicata ha istruito, quasi “forgiato”, una classe di operatori che rischiano in prima linea fin da loro inizio e che si formano negli scenari più conosciuti dei servizi per le dipendenze e non di più. I dati che abbiamo sono ancora pochi (…) Non abbiamo dati dai PP.SS., non dai medici di base, qualcosa dalle Prefetture, ma è un dato tarato al ribasso, abbiamo dati che confluiscono poi ai Ser.T. che vengono dalla giustizia, ma anche questo è spesso un dato più strumentale che ragionato, motivato”.

Le conclusioni dell’articolo appaiono in parte pessimistiche, in parte sembrano indicare uan direzione di ricerca potenzialmente interessante: “Siamo a cavallo di un fenomeno che sta cambiando, che è cambiato, a partire dal punto di osservazione, che sta producendo sofferenze immani anche a larghe fasce di popolazione sguarnita, popolazione dei quartieri difficili di tutta Italia, immigrati, pazienti psichiatrici, minori, stranieri, eppure abbiamo strumenti ancora fin troppo vecchi, abbiamo dati parziali, abbiamo concezioni eticamente orientate, abbiamo pochi operatori, abbiamo pochissima ricerca, pochissimi dati epidemiologici, abbiamo ricerche solo sui grandi utilizzatori e sui dipendenti. Mentre è cambiata la distribuzione, la richiesta, le sostanze stesse, i fenomeni collegati alla distribuzione ci dicono dell’autoproduzione, delle nicchie di uso, fenomeni di parcellizzazione che si sperimentano nei territori, all’ombra delle grandi catene mafiose, o in contatto e sperimentazione con queste. Mentre il mondo fuori si evolve rapidamente, noi siamo ancora a dibatterci se legalizzare o meno la marijuana, con grande dispendio di energie, storicamente sconfitti dal quotidiano”.

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