PROFESSIONI MEDICHE E ABUSO DI SOSTANZE

data di pubblicazione:

14 Settembre 2016

BURN OUTUn articolo pubblicato su Il Giornale approfondisce il tema dell’uso di sostanze nelle professioni mediche e in altre professioni qualificate. Ciò che sottolineano gli esperti interpellati sono principalmente due aspetti: la difficoltà per i professionisti di parlare della loro condizione di dipendenza per timore dello stigma e delle conseguenze sul piano lavorativo, e la scarsa omogeneità del sistema dei controlli in Italia e in Europa. In mancanza di ricerche estese e di dati affidabili, le informazioni disponibili sul delicato tema sono affidate, principalmente, a singoli esperti o a specifici progetti. E’ il caso, ad esempio, del primo centro italiano di cura per abusi e dipendenze da sostanze, dedicato esclusivamente al personale medico e infermieristico, in attesa di entrare in funzione a Torino. “Ma perché serve una clinica «speciale» per dottori? «Medici e infermieri – spiega la dottoressa Tiziana Borsatti, consigliera dell’Ordine e referente del progetto – sono pazienti difficili da gestire. Prima di tutto perché sono convinti di potersi autocurare. Poi perché hanno bisogno di un luogo dove isolarsi e dove ci sia privacy assoluta e l’anonimato sia garantito. Non possono permettersi che si sappia del loro problema o che qualcuno li riconosca al Sert. Diventerebbe uno stigma».

La dottoressa, anestesista rianimatrice, ha incontrato colleghi che abusavano di sostanze. «Mi chiedevano aiuto – dice -, ma soprattutto di mantenere il segreto. È un fenomeno negato per anni. Helper oggi è un servizio indispensabile». I più colpiti sono chirurghi, anestesisti, psichiatri, medici di pronto soccorso, ginecologi. Con i cali di organico hanno turni sempre più duri. Non possono sbagliare nulla, sono sotto pressione continua, a contatto quotidiano con la sofferenza e la morte ma anche con le sostanze «proibite». Un dottore si prepara da solo la dose e crede di poterne gestire gli effetti. I veleni più utilizzati sono alcol, cocaina e psicofarmaci. Le conseguenze sono errori e conflittualità nelle équipe.

I medici devono poi fare i conti con il rischio burn-out, la sindrome da «esaurimento emotivo» che colpisce chi lavora con il pubblico. Tra i dottori (il dato è nordamericano) c’è un tasso di suicidi doppio rispetto al resto della popolazione. Tra le donne medico, che spesso sopportano anche il peso della famiglia, il tasso è addirittura quadruplo se confrontato con la popolazione femminile. Aggiunge Borsatti: «Per il nostro centro, la cui apertura è prevista per il 2017, c’è già una lista d’attesa di persone interessate. Mi hanno contattato medici da altre regioni, sono gli stessi che oggi sarebbero costretti a farsi assistere all’estero». La struttura fornirà all’inizio un servizio ambulatoriale, poi anche di ricovero. Sono pronti la sede (l’indirizzo è segreto) e lo staff formato da medico internista, psichiatra, psicologo, infermieri. Mancano i fondi per partire. «La Regione Piemonte – conclude la consigliera dell’Ordine – è l’unica realtà a livello nazionale ad aver approvato un progetto come questo. Ed è pronta a creare le condizioni e le sinergie con le altre istituzioni per accompagnarlo e sostenerlo».”

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