Il diritto alla salute in carcere

Una ricerca sulle condizioni della donne in carcere

Il contesto penitenziario italiano si configura storicamente come un'istituzione concepita su misura per gli uomini, rispetto ai quali le donne rappresentano soltanto il 4,3% della presenza complessiva. Questa netta sproporzione numerica si traduce in una sostanziale irrilevanza istituzionale: le sezioni femminili soffrono di una cronica carenza di opportunità lavorative, scolastiche, culturali e sportive, determinando un ulteriore aggravamento della pena percepita rispetto ai detenuti maschi.

data di pubblicazione:

26 Ottobre 2026

Sul sito di NOIDONNE è disponibile un articolo che parla della ricerca dal titolo: “Il corpo della donna e il carcere“. La ricerca, che è stata coordinata dalla sociologa Anna Paola Lacatena per il Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASL di Taranto, pone al centro della riflessione l’esigibilità del diritto alla salute per la popolazione femminile reclusa.
Il contesto penitenziario italiano si configura storicamente come un’istituzione concepita su misura per gli uomini, rispetto ai quali le donne rappresentano soltanto il 4,3% della presenza complessiva.
Questa netta sproporzione numerica si traduce in una sostanziale irrilevanza istituzionale: le sezioni femminili soffrono di una cronica carenza di opportunità lavorative, scolastiche, culturali e sportive, determinando un ulteriore aggravamento della pena percepita rispetto ai detenuti maschi.
L’indagine, condotta tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 mediante un questionario somministrato a 64 detenute “comuni” negli istituti di Taranto, Lecce e Trani e approfondita attraverso focus group qualitativi, analizza le ricadute bio-psico-sociali della carcerazione sul corpo femminile.
I dati indicano che l’85% delle intervistate rileva mutamenti corporei negativi dall’inizio della detenzione, il 70% convive con patologie diagnosticate e il 23% riporta traumi sessuali pregressi, subiti nell’80% dei casi da familiari o conoscenti. Sul piano della salute mentale emerge un disagio pervasivo: il 95% dichiara di sentirsi triste, il 65% si percepisce depressa e un quarto del campione ha compiuto atti autolesivi all’interno dell’istituto.
All’interno di questo quadro, la condizione delle donne con storia di uso o dipendenza da sostanze risulta ancora più fragile e complessa. Queste ultime affrontano una doppia costrizione — legata allo stato detentivo e all’interruzione dell’assunzione — unita a uno stigma intersezionale particolarmente gravoso. I loro indicatori clinici appaiono nettamente peggiori: la totalità riferisce problemi ad addormentarsi, il 96% avverte tristezza e il 69% depressione, mentre la percentuale di autolesionismo e la presenza di traumi sessuali salgono entrambe al 42%.
Sebbene l’89% abbia avuto contatti passati con i Servizi per le Dipendenze, solo il 73% è attualmente seguita da un Ser.D., a fronte di una percezione informale dell’uso di sostanze nei focus group che sfiora la quasi totalità delle ristrette, superando ampiamente il 30% dichiarato nei questionari.
Tali evidenze sottolineano la necessità di superare la presunta neutralità delle cure, integrando specifiche politiche di genere nei servizi sanitari e penitenziari. Il patrimonio conoscitivo generato dallo studio, confluito nel volume Donne che contano i giorni e tradotto sul campo nel progetto di prevenzione “Vis a vis”, fornisce una solida base analitica e documentale orientata alla futura stesura di un articolo o saggio scientifico di settore.
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