Deforestazione e produzione di cocaina in Amazzonia

Un'analisi che ribalta il dibattito sulla guerra alla droga

Mentre produrre un grammo di cocaina costa circa un dollaro e cinquanta, il prezzo di vendita può raggiungere i 100 o 200 dollari nei mercati occidentali. Questo enorme margine di profitto alimenta un circolo vizioso in cui la repressione non risolve il problema, ma produce un "effetto centrifugo": le politiche di eradicazione e la pressione militare spingono le coltivazioni più in profondità nella foresta, verso aree protette e territori indigeni più fragili.

data di pubblicazione:

30 Maggio 2026

La salvaguardia dell’Amazzonia è intrinsecamente legata alla fine della guerra alla droga. E’ quanto sostiene Steve Rolles, esperto della fondazione Transform, in un articolo leggibile sul sito di Fuoriluogo.it  
Rolles sostiene che “non possiamo proteggere l’Amazzonia mentre combattiamo una guerra alla droga in Amazzonia”. Il problema centrale non risiede nella pianta di coca in sé, bensì nel regime proibizionista che trasforma una filiera agricola in un’economia criminale globale da miliardi di dollari.
Un aspetto cruciale dell’analisi riguarda il valore artificiale generato dall’illegalità. Mentre produrre un grammo di cocaina costa circa un dollaro e cinquanta, il prezzo di vendita può raggiungere i 100 o 200 dollari nei mercati occidentali. Questo enorme margine di profitto alimenta un circolo vizioso in cui la repressione non risolve il problema, ma produce un “effetto centrifugo”: le politiche di eradicazione e la pressione militare spingono le coltivazioni più in profondità nella foresta, verso aree protette e territori indigeni più fragili.
Rolles sottolinea che questo approccio “non funziona e rende sempre le cose peggiori”.
Il vero salto di scala nella distruzione ambientale avviene però attraverso il riciclaggio dei proventi illeciti. I profitti dei cartelli vengono reinvestiti in attività estrattive devastanti come miniere illegali, disboscamento, allevamenti intensivi e coltivazioni di soia.
In questo contesto, la deforestazione legata al reinvestimento dei capitali illeciti diventa “mille volte più grande” di quella causata direttamente dalle piantagioni di coca. Inoltre, il potere dei gruppi criminali erode le istituzioni civiche attraverso la corruzione e l’intimidazione, rendendo di fatto impossibile qualsiasi sforzo di mitigazione climatica o protezione della biodiversità in territori sottratti al controllo democratico.
La soluzione proposta è radicale: legalizzare e regolamentare l’intera filiera della coca. Questo non significa solo depenalizzare il consumo, ma sottrarre il mercato ai cartelli immaginando forme di produzione legale e prodotti a base di foglia di coca meno rischiosi della cocaina in polvere, come pastiglie o bevande energetiche.
L’obiettivo è normalizzare un dibattito spesso evitato dalle grandi organizzazioni ambientaliste, riconoscendo che “non esiste una soluzione repressiva” e che la riforma delle politiche sulle droghe è una componente essenziale della giustizia climatica.
Senza un cambio di paradigma verso un mondo post-proibizionista, l’Amazzonia continuerà a essere sacrificata a una guerra fallimentare che impedisce il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.
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