Come la stampa ha raccontato l’avvento dell’AIDS in Italia

La stampa italiana ha raccontato l'AIDS come emergenza sanitaria, ma soprattutto come un fatto sociale e morale.

le parole sono strumenti che plasmano la realtà: il linguaggio con cui si racconta una malattia può isolare, ferire, rendere invisibili, o al contrario può includere, umanizzare, responsabilizzare, dipende da come lo usiamo.

data di pubblicazione:

24 Agosto 2025

Come gli organi di stampa hanno contribuito a raccontare l’avvento dell’ HIV e dell’AIDS in Italia. Si tratta del risultato di una ricerca firmata da Elena Pepponi e Cecilia Valenti, pubblicata sulla rivista Italiano LinguaDue. Il periodo preso in considerazione è quello compreso tra gli anni 80′ e 90′ del secolo scorso.

A “(…) partire dai primi anni Ottanta, la stampa italiana ha raccontato l’AIDS come emergenza sanitaria, ma soprattutto come un fatto sociale e morale. Gli articoli dei grandi quotidiani non si sono limitati a informare, e anzi, a volte lo hanno fatto anche piuttosto male. Molti articoli hanno contribuito a costruire una rappresentazione ben precisa di chi poteva contrarre il virus, contribuendo a rafforzare uno stereotipo che nel tempo si è anche rivelato sbagliato.

Lo studio si è concentrato sull’analisi qualitativa dei testi di 752 articoli, raccolti da 4 grandi quotidiani, per scoprire in che modo la lingua dei giornali abbia contribuito a formare e consolidare lo stigma legato all’ Hiv/AIDS.

In pratica le ricercatrici hanno”(…) cercato di capire quali parole comparivano con maggiore frequenza nel nostro corpus rispetto a un corpus generale di controllo, e con quali associazioni ricorrenti”.

“Quelle più prevedibili erano: sieropositivo, omosessuale, tossicodipendente, sangue, rischio, test, virus. Una costellazione in cui i termini medici si intrecciano stabilmente con riferimenti identitari e morali. Ma al di là delle occorrenze singole, è interessante notare quanto spesso le parole compaiono insieme ad altre parole che non hanno necessariamente un legame tra di loro.

La parola “omosessuale” ha una frequenza straordinariamente alta rispetto al corpus di controllo, e compare spesso come correlato diretto di “malattia” o “AIDS”. Anche “tossicodipendente” è tra i primi venti termini più ricorrenti.

“Quello che colpisce – sottolinea Pepponi – è quanto questi due termini, omosessuale e tossicodipendente, vengano accoppiati, anche quando non ci sono prove che il soggetto sia entrambe le cose. È un’associazione in qualche modo automatica”.

Altre parole sono poi assenti, come quella di eterosessuale. Parola che diventa invisibile nel discorso e quindi viene data per scontata e presentata come neutra, normale, sicura. Al contrario, ciò che viene nominato è ciò che viene marcato come deviante, e quindi, in questa visione, a rischio”.

Per questi motivi “(…) la rappresentazione pubblica di una malattia non si limita a descriverla: contribuisce attivamente a definirla, e quindi anche a definirne i portatori. Questo significa che il modo in cui si parla di HIV/AIDS ha avuto un ruolo decisivo nel determinare come la società percepiva chi era sieropositivo o chi poteva esserlo.

Tutto questo ha avuto conseguenze importanti: una persona eterosessuale, per esempio, poteva essere portata a sottostimare il rischio di avere molti rapporti occasionali non protetti, e quindi a non fare il test hiv, contribuendo a diffondere la malattia se l’aveva contratta.

Ma dallo studio emerge anche l’importanza degli impliciti linguistici, cioè quei contenuti che non sono detti apertamente ma sono comunque suggeriti.

Parlare dei comportamenti e delle abitudini di frequentazione di chi era malato (esempio l’attore americano Rock Hudson) ha avuto la conseguenza di spostare il discorso, implicitamente, sulla deriva morale, facendo diventare la malattia una sorta di contrappasso.

“L’HIV/AIDS non è descritto solo come malattia, ma come segnale di trasgressione: il corpo sieropositivo diventa un corpo colpevole. “La colpa non è mai esplicita, ma si insinua nei dettagli, negli aggettivi, nei presupposti. Il lettore finisce per considerare il virus come una punizione per comportamenti ritenuti sbagliati”.

Non va meglio per quanto riguarda l’analisi delle campagne informative del Ministero della Sanità. I toni allarmistici utilizzati allora, secondo  le ricercatrici, “(…) invece di informare hanno rafforzato l’idea che la persona con HIV fosse da evitare. Il messaggio sottintende che, se ti ammali, è perché non ti sei informato, e quindi è colpa tua. Questo scarica la responsabilità sull’individuo, invece di affrontare le mancanze sistemiche, come l’assenza di educazione sessuale.

L’articolo conclude che “(…) le parole sono strumenti che plasmano la realtà: il linguaggio con cui si racconta una malattia può isolare, ferire, rendere invisibili, o al contrario può includere, umanizzare, responsabilizzare, dipende da come lo usiamo. Le parole che non sembrano offensive, le informazioni date per scontate, le associazioni che non vengono mai spiegate perché “tutti sanno come stanno le cose” sono molto rischiose. Gli impliciti, nel linguaggio giornalistico, agiscono proprio così: si muovono nell’ombra, si nascondono tra le righe, ma orientano lo sguardo del lettore molto più di un insulto esplicito.

 

 

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