sostanze psichedeliche e cura della salute mentale

queste sostanze stentano ancora ad avere un riconoscimento scientifico a causa dello stigma che le segue

Le sostanze psichedeliche stentano ad avere un riconoscimento per la cura dei disturbi mentali, nonostante il grande investimento sulla ricerca da parte della finanza globale.

data di pubblicazione:

5 Ottobre 2024

 

La cura della salute mentale potrebbe passare per l’utilizzo delle sostanze psichedeliche, che però ancora stentano ad avere un riconoscimento scientifico. E’ quanto afferma un articolo disponibile sul sito Salute internazionale. La difficoltà, nonostante tutti gli investimenti che vengono fatti sulla ricerca in questo campo, è liberare le sostanze psichedeliche dallo stigma che si portano dietro.

“Uno stigma che nasce dal loro utilizzo dagli anni ’60. “Gli psichedelici, un tempo marginalizzati come parte della controcultura, ad oggi riescono solo parzialmente a liberarsi dallo stigma per ottenere un riconoscimento scientifico e commerciale. Il mondo accademico dovrà impegnarsi a fondo per sostituire la vecchia narrazione con una prospettiva terapeutica.”

Tutto questo nonostante siano in aumento i casi di depressione – che da sola è stata identificata come la principale causa di disabilità a livello globale – e le relative domande di trattamento.

Trattamenti che utilizzano terapie che sono rimaste “(…) sostanzialmente invariate rispetto a quelle degli anni ’50, con circa il 30% dei pazienti che non risponde in modo adeguato o risulta resistente ai trattamenti somministrati.”

Se non mancano gli investitori privati a livello globale (i progetti riguardanti l’impiego di farmaci psichedelici come LSD, Ecstasy e psilocibina hanno raggiunto il secondo picco più alto di raccolta fondi nella storia) restano ancora dubbi sulla riuscita della cosiddetta “rivoluzione psichedelica.”

Il primo dubbio riguarda il rischio di creare una bolla speculativa. Bolla la cui esplosione comporterebbe non solo danni economici, ma anche una disillusione scientifica e conseguenze negative per i pazienti.

La seconda criticità riguarda i tempi richiesti ai pazienti che seguono il programma.

“Non tutti i pazienti idonei per uno studio possono impegnarsi in una serie di visite serrate distribuite su 12 mesi, con una fase iniziale che richiede una presenza settimanale per una media di 5 ore a visita. Questo si applica in modo particolare a chi soffre di depressione resistente, una condizione ulteriormente aggravata da circostanze di vita svantaggiate e da lavori precari che rendono difficile potersi assentare per seguire i protocolli”

Un’altra criticità é legata al fatto che la terapia per essere efficace deve essere accompagnata da un percorso psicoterapeutico. Un percorso che, dopo l’assunzione del farmaco, prevede che il paziente passi diverse ore sotto la supervisione di un terapeuta in un ambiente sicuro e empatico. Un percorso che ha dei costi che non tutti possono permettersi.

In uno scenario come il servizio sanitario nazionale attuale è difficile immaginare percorsi del genere, a meno che non fosse possibile “(…) inserire la psicoterapia individuale nei livelli essenziali di assistenza, facilitando così l’accesso a questi trattamenti.”

 

 

 

 

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