INSISTERE SUL PERICOLO PATOLOGICO DEI SOCIAL MEDIA SIGNIFICA ESSERE MORALISTI E CONSERVATORI?

Ci si concentra troppo sugli aspetti patologici legati alla dipendenza

Prendendo spunto da un libro che accusa i social media di rendere le persone dipendenti, a causa dell'attivazione che provocano in certe aree del cervello, le stesse aree stimolate dall'assunzione di sostanze psicoattive, l'articolo si propone di dimostrare come questa narrazione dominante non solo è sbagliata, ma non aiuta a capire i veri problemi legati all'utilizzo dei social media.

data di pubblicazione:

9 Febbraio 2023

Troppo spesso chi si occupa, a livello divulgativo, delle conseguenze sull’utilizzo dei social media si concentra essenzialmente sugli aspetti patologici legati alla dipendenza, trascurando questioni economiche, politiche e ambientali che rappresentano il vero problema legato alla diffusione dei social. E’ questa la riflessione da cui parte l’autore dell’articolo, apparso sul sito DOPPIOZERO e che vi riproponiamo.

Prendendo spunto da un libro che accusa i social media di rendere le persone dipendenti, a causa dell’attivazione che provocano in certe aree del cervello, le stesse aree stimolate dall’assunzione di sostanze psicoattive, l’articolo si propone di dimostrare come questa narrazione dominante non solo è sbagliata, ma non aiuta a capire i veri problemi legati all’utilizzo dei social media.
Se esistono molti studi sulla teoria delle dipendenze da social media che dimostrano l’attivazione di aree del cervello stimolate anche dal consumo di sostanze psicoattive, è vero che “(…) ci sono anche molti altri studi che dimostrano come il sesso, l’ascolto di musica, il cibo attivano le stesse aree cerebrali. Daniel Levitin, un neuroscienziato dell’università McGill di Montreal, ha pubblicato insieme al suo team di ricerca, già nel 2017, uno studio simile. Quindi? Dovremmo dedurre che ascoltare musica ci rende dipendenti come assumere cocaina? No, affatto. Esperienze religiose, cibo, sesso, musica, videogiochi e social media possono stimolare nel nostro cervello delle reazioni chimiche simili a quelle generate dall’assunzione di sostanze psicotrope. Questo è un fatto. Ma questo fatto basta per dimostrare che la musica, il sesso, il cibo o i social media possono provocare “dipendenza”? È vero, una piccola percentuale della popolazione sviluppa comportamenti di dipendenza verso l’attività sessuale, il cibo, e anche i social media.
Ma non diremmo mai che il sesso fa male perché in alcune persone provoca dipendenza.” Per dimostrare forme di dipendenza in giocatori molto assidui, alcuni ricercatori si sono concentrati nel cercare l’esistenza di bias attenzionali, una caratteristica chiave del comportamento di dipendenze, ma questo lavoro non ha dato risultati significativi, in quanto lo sviluppo di bias nei giocatori assidui e in quelli meno assidui era nullo.
Anche se il mondo scientifico non è unanime su queste teorie e molti studi sono in corso, l’autore sostiene che si stia perdendo tempo concentrandosi solo sugli aspetti patologici invece che concentrare critiche differenti all’industria dei social media.
“Essere preoccupati dalla distrazione che i social media provocherebbero, o addirittura dalla dipendenza che ci creerebbero, significa essere dei conservatori moralisti. Perché? “Primo, perché le stesse identiche critiche in passato sono state rivolte alla televisione e ai videogiochi.“
Inoltre “gli effetti dei media elettronici su di noi sono molto più complessi di così, non possiamo ridurli a una mera questione di “esposizione”, di tempi di consumo. E non possiamo ridurre gli individui a una tabula rasa che accoglie passivamente gli stimoli ricevuti dai media.”
Le persone più a rischio di sviluppare problematiche legate all’uso dei social sono sicuramente quelle che hanno poche risorse personali e sociali, che vivono un certo grado di isolamento e che quindi sono più esposte a rischi.
“Secondo, insistere sul pericolo patologico dei social media significa essere moralisti e conservatori, perché presuppone che questi strumenti non servano a niente, se non a “distrarsi”. Ma se anche questo fosse vero che male ci sarebbe, in una società che richiede sempre maggiore attenzione ed efficienza, nel prendersi delle pause, staccare  o alle volte perfino oziare?
Allora “È conservatore e reazionario pensare che le persone “perdano tempo” sui social e che esistano modi più nobili di impiegare il proprio tempo.” Di fatto sui social la maggior parte delle persone fa cose molto “reali”, come litigare, scambiarsi informazioni, organizzare incontri, socializzare e informarsi.

 

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