DIPENDENZE E CARCERE:

i diritti di salute devono essere garantiti

Da quando il problema della dipendenza da sostanze  in carcere è stato preso in carico dalle Regioni, ed in particolare dai Ser.D., la continuità terapeutica è diventata uno dei punti deboli del sistema, che nonostante l'introduzione della cartella clinica informatizzata non riesce a garantire le terapie adeguate a chi entra in un istituto o viene trasferito in un altro.

data di pubblicazione:

5 Dicembre 2022

Sul numero 58 della rivista MISSION (Italian quarterly journal of addiction) è possibile leggere un intervento di Francesco Maisto sulla situazione critica in carcere dei detenuti  per droghe, che dopo l’emergenza Covid-19 si trovano in una situazione ancora peggiore di quella precedente, a cominciare dal sovraffollamento e da un diminuito tempo dedicato alla cura.

Tutto questo a fronte di dati che confermano una presenza elevata all’interno del carcere di persone detenute per spaccio, che secondo i dati in possesso di Maisto ( Garante nazionale delle persone private della libertà personale) sono 18.888, di cui 6.313 straniere, pari al 33,8% delle presenze (dati rilevati al 23 settembre 2021).
Di queste persone 12.274 sono state condannate in via definitiva, ma due elementi che vengono sottolineati dal garante sono che la maggioranza dei reati appare qualificabile come di spaccio “minore”, e che “(…) l’esecuzione in carcere é chiaramente riferibile, per l’entità delle pene, a fatti di lieve entità.  Inoltre “(…) i dati sull’entità delle pene residue evidenziano la carenza di funzionamento del sistema delle misure alternative alla detenzione in carcere”.
Di fatto delle persone condannate in via definitiva 2.251 devono ancora scontare un anno della pena inflitta, 2.228 devono ancora scontare da uno a due anni della pena inflitta e 7867 devono ancora scontare da uno a quattro anni della pena inflitta.
Tutti numeri, quelli riportati, che danno “(…) un’immagine del carcere reale in contrasto da quella ufficiale di una percentuale bassa di detenuti in trattamento per dipendenza patologica”.
Da quando il problema della dipendenza da sostanze  in carcere è stato preso in carico dalle Regioni, ed in particolare dai Ser.D., la continuità terapeutica è diventata uno dei punti deboli del sistema, che nonostante l’introduzione della cartella clinica informatizzata non riesce a garantire le terapie adeguate a chi entra in un istituto o viene trasferito in un altro.
Rispetto alle persone libere si riscontra inoltre una minore personalizzazione dei programmi terapeutici, una scarsa condivisione sugli obiettivi e la prevalenza di programmi finalizzati alla completa astinenza piuttosto che programmi finalizzati al mantenimento.
Tutte prassi che contrastano con quelle seguite sul territorio per avere esiti positivi nelle terapie.
Infine bassi sono i numeri di condannati, 2.000 all’anno, a cui viene “(…) dato l’affidamento in prova al servizio sociale per proseguire o intraprendere l’attività terapeutica sulla base di un programma concordato con l’ASL”.
Secondo Mastio sembra che nella Magistratura di sorveglianza, come nell’opinione pubblica si sia formata un’opinione ostile a tematiche di recupero e reinserimento, soprattutto per alcune reati o soggetti (o alcuni contesti in cui il reato è maturato) spingendo verso una connotazione del carcere come solo segregativa e retributiva.
Per cambiare questa situazione il Garante auspica l’introduzione di alcune riforme come proposto nell’ultima Conferenza Nazionale sulla droga, tra cui la “(…) riduzione delle fattispecie incriminatrici ed un più esteso e qualificato ricorso alle misure alternative alla detenzione”.

 

MISSION (Italian quarterly journal of addiction).
Numero 58 – Anno XVI – Novembre 2022

 

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